mercoledì 22 febbraio 2017

Ogni tanto qualcuno mi chiede perché parlo sempre bene di Costanza Miriano. Se si legge quest'articolo si capisce perché:


Quel matrimonio che ci salva dal vuoto

di Costanza Miriano
Sono giorni, mesi ormai, che leggo di possibili interpretazioni di Amoris Laetitia, e che provo sollievo per non essere un vescovo o un sacerdote, chiamato a misurarsi concretamente con quel testo, come ha provato a fare per ultimo il cardinal Coccopalmerio, pubblicando un libretto sul controverso capitolo VIII. Non mi aggiungerò io, che non ho nessun titolo per commentare le parole del Papa. Però, questo posso dirlo, a me sembra che quasi mai le discussioni che ho letto sul tema centrino il punto, il cuore vero della questione. Ecco due o tre cose che ho capito del matrimonio, e che secondo me si stanno dimenticando nel dibattito.
Il matrimonio in Cristo assomiglia solo esteriormente al vincolo umano, eventualmente anche legale, tra un uomo e una donna. Per noi il matrimonio non è un’istituzione, né un valore, ma una vocazione, cioè una via per la santità. Il matrimonio cristiano ha sì una base umana – l’attrazione tra i due sessi, la necessità di dare stabilità affettiva ed economica agli eventuali figli – ma la somiglianza è solo pallida. Il matrimonio cristiano è fatto di una sostanza diversa. È un mistero grande, come lo definisce san Paolo, figura del matrimonio tra Cristo e la Chiesa, cioè fra Gesù e noi. Potrebbe mai Cristo divorziare da noi? Chi ci separerà? Quando chiedono a Gesù, se c’è la possibilità di ripudio, cioè di divorzio, e lui esclude in ogni caso, senza nessuna eccezione, i discepoli esclamano:  «Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi». Egli rispose loro: «Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso.
L’amore a cui sono chiamati gli sposi cristiani è quindi qualcosa di misterioso, che non tutti possono capire, e che non dobbiamo affrettarci ad assimilare a quello del mondo, anzi, al contrario, che dobbiamo continuare ad annunciare come una profezia. È un amore fatto dell’amore di Dio, unico garante del nostro possibile, non scontato “per sempre”. Il cuore umano infatti è ingannevole, traditore, malcerto, volubile. È ferito dal peccato originale, e non è capace di amare come è chiesto nel matrimonio, se intendiamo amare davvero, quindi volere il vero bene dell’altro, non cercare né di manipolare (noi donne), né di dominare (gli uomini), non volerlo possedere; il nostro cuore non è capace di amare la libertà e il destino dell’altro, il suo compimento vero. Il cuore umano va tenuto dunque sotto sette catene – diceva sant’Escrivà –  perché è capace di bene ma anche di tanto male, e senza la grazia non può amare davvero – senza lo Spirito Santo “nulla è nell’uomo, nulla senza colpa”.
L’amore in un matrimonio inizia spesso con una base quasi solo umana, anche tra gli sposi cristiani, anche tra quelli che sono consapevoli e acconsentono a ciò che stanno facendo, poi nel cammino di santificazione a cui tutti siamo chiamati diventa un amore in cui sempre più agisce Dio, se gli si dà spazio. Così, con un lavoro artigianale e metodico e graduale, si realizza l’essere a immagine e somiglianza di Dio, notizia bomba – siamo a immagine e somiglianza dell’Onnipotente – che non a caso nella Genesi viene annunciata proprio quando si dice che l’uomo è maschio e femmina. Dunque siamo simili a Dio non per l’intelligenza, la volontà o la coscienza, ma in quanto maschio e femmina. È questa la dinamica, tra uomo e donna e con loro l’amore di Dio, che ci fa funzionare in tre, come la Trinità. Viviamo tutti da sposi (anche i consacrati) con Dio, viviamo in una tensione verso l’altro, segnaposto del totalmente Altro. Non sono parole, è il vissuto di ogni giorno che tantissimi coniugi sperimentano nella loro storia, mano a mano che passano gli anni, i decenni. Certo, ci si può anche aggiustare per convivere decentemente, senza diventare mai uno. Oppure, con la grazia, si può imparare a volersi sempre più bene, perdonarsi, a conoscersi, a tifare per l’altro, non perché ci assecondi ma perché sia felice. Si diventa sempre più compagni nel cammino di conversione, e l’altro è per noi insieme la croce e lo sposo, è il migliore alleato, ma anche il nemico in certi momenti, perché ci fa inciampare sui nostri difetti e ci costringe in qualche modo alla conversione. La sposa, e lo sposo, hanno per l’altro il volto di Dio, perciò non puoi dire di amare Dio, di essere cristiano, se non ami prima di tutto il marito, la moglie, che sono il prossimo, il primo povero di cui prenderti cura, insieme agli eventuali figli. Il “noi” è il primo fine di un matrimonio, prima ancora della prole: è tendere verso una sola carne, che è il cammino di una vita intera, e, da questa unione che non è affatto naturale, trarre le forze per un amore che si allarga più possibile verso i bisogni prossimi e poi anche i meno prossimi. È un amore, questo, possibile solo con l’aiuto della grazia, e quindi con la preghiera e i sacramenti, prima di tutto l’eucaristia, che nutre questo cammino di conversione. È un amore non esentato da stanchezze, tentazioni, dubbi, distrazioni, è un amore per cui si combatte da quando ci si sveglia a quando si va a dormire, prima di tutto contro il nemico che ci ha feriti da dentro, il peccato originale, che ci rende pesanti, egoisti, inaffidabili e tutte le cose che sappiamo. È un amore che non ha niente a che vedere con i valori, le istituzioni, le apparenze. È un amore la cui materia prima è Cristo: Cristo solo basta, Cristo solo è al centro, perché “senza di me non potete far nulla”. Questo è quello che ci insegna nostra Madre, la Chiesa, questo è quello a cui dovremmo prestare il consenso quando ci sposiamo davanti a Dio.
A me non importa molto se fanno o non fanno la comunione i divorziati risposati, come dicevo all’inizio la cosa non riguarda me, grazie a Dio non sono io quella chiamata a decidere su una cosa così seria, grave. Siamo già talmente in pochi a desiderare i sacramenti (avete presente la desolazione delle messe, soprattutto feriali? Io tutta questa folla che agogna ai sacramenti davvero non la vedo) che se il popolo non si assottiglia ulteriormente non posso che gioirne. A me importa che la Chiesa continui però ad annunciare queste verità sul matrimonio, sulle quali ho scommesso tutto, che continui ad annunciare il primato di Dio, la vita secondo il battesimo come più preziosa, infinitamente più preziosa della vita della carne (sennò per cosa sono morti i nostri martiri?). Mi importa che la Chiesa continui ad annunciare il primato di Dio sulla ragionevolezza delle scelte, sui buoni sentimenti, sui valori. Mi importa che continui a dirmi che il Corpo di Cristo è più importante di una moglie che ha tradito, di un marito paralizzato o che beve, è più importante di ogni cosa. E non vale prendere a titolo di esempio un caso molto particolare (che è poi la tecnica che hanno usato sempre i movimenti radicali per far passare nel sentire comune le peggiori aberrazioni come quella dell’aborto) e farlo diventare la norma; è molto pericoloso, e non è indice di vera preoccupazione per le anime. Per questo ripropongo un esempio che secondo me funziona: se la mia pediatra dice a me, nel suo studio, che uno dei miei quattro figli non va vaccinato perché soffre di un particolare disturbo fa il suo dovere. Tre ne vaccino di routine, quello lo tengo d’occhio con particolare cura, lo sorveglio più degli altri. Se invece il ministro della sanità annuncia in tv e sui giornali che vaccinare va bene, ma in alcuni casi particolari è meglio di no, è sicuro che ci saranno schiere di bambini che non verranno vaccinati per paura, e il rischio di epidemia sarà altissimo.
Non mi piace scendere nei particolari, perché credo che noi fedeli dobbiamo solo continuare a tenere lo sguardo ben fisso verso la meta, il matrimonio come via alla santificazione, e non metterci a discettare di storie individuali, che solo chi ha il munus sacerdotale può giudicare. In generale però io so che già prima di Amoris Laetitia in alcuni casi particolarissimi le persone che facevano cammini molto seri di discernimento avevano il permesso del vescovo di accedere alla comunione (ma casi rarissimi tra le migliaia di storie che ho ascoltato). In quel modo l’effetto epidemia era scongiurato. I casi erano rarissimi anche perché, siamo onesti una volta tanto, io di persone che fanno un cammino di fede serio, e vivono nell’enorme dolore di non potersi unire anche fisicamente al corpo di Cristo, persone che non si accontentano di andare a messa, di pregare il rosario, di unirsi alla preghiera liturgica della Chiesa e di fare la comunione spirituale, persone che piangono calde lacrime per non poter fare la comunione non ne conosco neanche una, e tanti sacerdoti me lo confermano: dopo 25 o più anni di sacerdozio stanno ancora aspettando di incontrarlo, questo fedele adultero, sinceramente pentito, che chiede accoglienza, discernimento, accompagnamento in un cammino penitenziale. Ci sono persone meravigliose in questa condizione, che siedono tranquillamente in fondo alla chiesa al momento della eucaristia, e che mi precederanno certo nel regno dei cieli. Mentre ne conosco diverse che pur di non rinunciare a questo dono che da solo vale più del cielo e della terra hanno rinunciato ad avere rapporti sessuali con i nuovi compagni, o hanno rinunciato a compagni tout court. Pensando ai primi, cioè a persone che hanno convissuto anni senza fare l’amore, ho trovato parecchio fastidiosa l’espressione di Coccopalmerio: «qualora l’impegno di vivere “come fratello e sorella” si riveli possibile senza difficoltà per il rapporto di coppia, i due conviventi lo accettino volentieri». Se invece tale impegno «determini difficoltà, i due conviventi sembrano di per sé non obbligati, perché un soggetto “si può trovare in condizioni concrete che non gli permettano di agire diversamente e di prendere altre decisioni senza una nuova colpa”».
Intanto, non credo che ci sia mai una costrizione a vivere la sessualità, “condizioni concrete che non permettano di agire diversamente”, perché non siamo bestie, e se crediamo che in gioco c’è la vita eterna la prospettiva della castità è accettabile (come lo è per i consacrati). Ho poi pensato alla fatica che hanno fatto alcune persone che conosco, e fino alla morte: non può esserci qualcuno che, abbandonato come la mia amica, trovi un altro compagno, lo ami seriamente, e ci viva castamente fino alla morte “senza difficoltà”. È ovvio che ha fatto un fatica tremenda, e considero la sua una forma di martirio, che sì, non è chiesto a tutti, ma che la Chiesa deve continuare a indicare come misura della vita cristiana. Seguire Cristo vuol dire perdere qualcosa, perdere la propria vita dice lui stesso, e non è una ciliegina messa sopra la torta della vita. Allora, un conto è perdonare le cadute (la pediatra che dice che un figlio non si vaccina per una ragione speciale), un conto è smettere di indicare la meta (dire sui giornali che in certi casi se proprio si fa troppa fatica ad andare all’ambulatorio ci si può anche non vaccinare).
Il giudizio dunque va lasciato ai pastori nei confessionali, nei casi limite, come già prevedeva la Familiaris Consortio. Ma noi dobbiamo preoccuparci anche della maggioranza della gente che divorzia o non si sposa. Ora, io stento a credere che ci si separi quando si è intrapreso un cammino di conversione serio, prima di sposarsi. Probabilmente se ci si lascia, è perché uno dei due almeno, spesso entrambi, non erano in questo cammino. Siamo dunque nel caso della nullità, che è tutta un’altra storia. In questo la Chiesa non è priva di responsabilità, la preparazione è spesso poco chiara ed esigente, non si parla mai di castità, di metodi naturali, non si parla della verità sul matrimonio, non si parla di croce, che è la chiamata prima di ogni cristiano, che è la materia prima di ogni matrimonio. È giustissimo quindi rendere più snelli i procedimenti per dichiarare nulle, cioè mai esistite, le unioni. Secondo me a occhio e croce sono la maggioranza quelle in cui non c’era la piena consapevolezza. Magari buona volontà, sì, ma nessuna catechesi ricevuta, nessuna verità annunciata, nessuna preghiera alimentata per chiedere la vita secondo il battesimo, che è l’unica possibilità perché un matrimonio sia vero e pieno e indissolubile.
Non è quindi certo la cosiddetta misericordia che mi disturba, a leggere certe interpretazioni di AL: solo vorrei ricordare che l’unico segno di misericordia non può essere l’eucaristia, che non è un pasto dal quale si esclude qualcuno, ma il sacramento di un’alleanza che nel caso di un matrimonio tradito si è oggettivamente spezzata. È importante che le coppie ferite si sentano davvero accolte nella comunità, che partecipino a tutto, compresa la comunione spirituale, e non credo che sia necessario fare per forza la comunione per sentirsi guardati con amore infinito da Dio. La misericordia, quella spero che sia sovrabbondante le nostre strette misure, perché ho così tante cose da farmi perdonare anche io. Solo, ho bisogno della conferma della Chiesa, unica garante che tutto quello in cui credo non sia un parto della mia fantasia.
Ma cosa è il perdono? Non è che Dio si è offeso perché gli abbiamo fatto un dispetto. Il peccato è sbagliare mira, fare una cosa cattiva prima di tutto per noi, per la nostra vita. Io non è che dico a mio figlio: se ti butti dalla finestra ti perdono. Io gli dico: se ti avvicini alla finestra ti meno! È ovvio che se poi si butta dalla finestra corro a riacchiapparlo e lo curo e lo perdono mille volte e muoio con lui se muore. I comandamenti, le regole, sono il parapetto, sono la custodia, sono la salvezza, sono giubbotti di salvataggio benedetti mille volte che ci impediscono di affogare. Il perdono di Dio è un amore tenerissimo e sanguinante di un cuore di padre e di madre che ci vede lanciarci dalla finestra e rispetta la nostra libertà ma soffre per noi più di noi stessi. Quello che fa Dio con chi si è buttato è raccogliere, chinarsi sulle ferite, medicare. Ma nel segreto, in un rapporto dolcissimo da cuore a cuore, come una mamma che prende il suo bambino che fa i capricci e se lo porta in camera e lo consola. Ma davanti agli altri figli continua a dire “se ti butti dalla finestra ti meno”. Deve farlo, per custodirli! Noi dobbiamo custodire i cuori degli sposi che verranno, di quelli che non sono ancora nati oggi, a loro dobbiamo pensare quando annunciamo la verità del matrimonio.
Io vedo in questa costante preoccupazione del Papa per le famiglie ferite il desiderio di continuare ad annunciare la maternità di Dio. Ma vedo anche il rischio altissimo che il mondo non lo capisca e non tragga giovamento da questo annuncio, anzi, perché il tempo in cui la gente si sentiva costretta e soffocata dalle leggi e dai comandi è finita da un pezzo, almeno in Occidente. Io al contrario vedo vite disperate e disorientate, vedo gente che senza saperlo queste leggi le desidera, annaspa alla ricerca affannosa di appigli certi a cui aggrapparsi, di “libretti di istruzioni” – questo sono i comandamenti – attraverso cui leggere cuori impazziti per la troppa malintesa libertà, vedo generazioni senza padri, vite giocate male, buttate, vite di donne che troppo tardi si sono aperte alla vita, vite di uomini che troppo tardi hanno capito che sarebbe stato meglio obbedire a Qualcuno, perché la nostra voce non è l’unica fonte di informazione affidabile sulla realtà. Mi guardo intorno e vedo ovunque lapidi, una Spoon River di gente che aveva tutto per essere felice e non lo è stata, bambini che sono stati uccisi nel grembo o traditi dai genitori da piccoli, persone vittime dei propri desideri o della propria incapacità di scegliere. Persone che hanno bisogno sì di essere perdonate, ma anche aiutate a discernere, ad alzare lo sguardo, a crescere, a lasciare le piccole misere nevrosi del benessere, a capire che se non perdi la tua vita sarai un fallito per sempre. Amato, sì certo, perdonato, ma che ha sprecato tutta la sua capacità di amare perché non ha avuto un padre che gli insegnasse a morire.

pubblicato in versione ridotta su La Verità del 18 febbraio 2017

martedì 21 febbraio 2017

Per chi fosse a Napoli alla ricerca di idee...

Prossimo incontro - Il Sabato delle Idee
Sabato 25 febbraio 2017 ore 10:00

PERCHE' ABBIAMO BISOGNO DI DIO?
Napoli, alla ricerca di una religione a dimensione umana al tempo di Francesco

Sala degli Angeli, Università degli Studi Suor Orsola Benincasa
Via Suor Orsola, 10 - Napoli

La vita e la morte, il peccato e la grazia, la miseria umana ed il perdono, la disperazione e la conversione, il dialogo con chi crede e con chi non crede. La Chiesa di Francesco coinvolge, interroga, affascina, divide. Come tenere insieme Vangelo e dottrina con gli interrogativi, le paure, i drammi dell'uomo contemporaneo? Com'è possibile alimentare il dialogo con chi è lontano da una dimensione religiosa e con chi crede invece nell'Assoluto, nel nome dell'uomo, del suo progresso, del suo futuro? Dalla Napoli dei grandi santi e dei grandi laici è possibile dar vita ad un nuovo umanesimo?

SALUTI
Lucio d’Alessandro
Rettore dell’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa
Gaetano Manfredi
Rettore dell'Università degli Studi di Napoli Federico II
Marco Salvatore
Fondatore de “Il Sabato delle Idee”

COORDINA
Massimo Milone
Direttore Rai Vaticano

INTERVENGONO
Giuseppe Corigliano
Scrittore e giornalista
Lucio De Giovanni
Direttore Dipartimento Giurisprudenza - Università Federico II
Domenico Marafioti
Preside della Pontificia Facoltà Teologica Italia Meridionale
Aldo Masullo
Emerito di Filosofia Morale - Università Federico II di Napoli
Eugenio Mazzarella
Professore di filosofia teoretica - Università Federico II
Susanna Tamaro
Scrittrice

sabato 18 febbraio 2017

La più grande ingiustizia...


La più grande ingiustizia sociale è non parlare di Dio. Una frase che sembra un paradosso. Ma come! Con i problemi della fame nel mondo, con le atrocità tuttora commesse in Africa e in Medio Oriente, con la crisi economica nell’Europa meridionale, c’è chi sostiene che il peggior male sia il non parlare di un argomento astratto come quello che riguarda Dio… Ebbene basta guardare un po’ alla storia per accorgersi che l’autore della frase, San Josemaría Escrivá,  aveva ragione. Prima del cristianesimo vigeva la legge del più forte. La cosiddetta Pax Romana si reggeva sul potere della spada e prosperava grazie alla schiavitù. Dopo la resurrezione di Gesù i discepoli, oltre ad evangelizzare, immediatamente organizzarono un servizio di assistenza per le vedove, gli orfani e i poveri, basta leggere gli Atti degli Apostoli. I primi ospedali al mondo nascono fin dall’epoca dei Padri della Chiesa nei primi secoli dopo Cristo. Dai monasteri benedettini rinasce la medicina, l’ordine sociale, la farmacia, le scienze e la cultura. Le prime università sono opera dei domenicani e dei francescani. San Camillo de Lellis organizza nel 500 ospedali modello dove il malato viene trattato come se fosse Gesù; San Vincenzo de’ Paoli poco dopo mette su un’organizzazione in Francia che provvede con continuità ai bisogni essenziali di orfani, carcerati, feriti in guerra, poveri, e così via. Ci vorrebbe un’enciclopedia per esaurire l’argomento. Quando c’è la fede in Gesù fiorisce la carità e la civiltà.

giovedì 9 febbraio 2017

Un effetto positivo della crisi


Gli effetti della crisi si vedono e si sentono ovunque. E’ una situazione in cui molte persone vivono un’angoscia sconosciuta prima. Un mio amico cinquantenne, un ragazzone palestrato di gran bontà, ha perso un ottimo posto di lavoro e ora vive momenti drammatici. Ciò non ostante un aspetto positivo della crisi c’è. I giovani, almeno quelli che conosco, hanno lasciato da parte ogni velleità contestativa e invece sono desiderosi d’imparare, di formarsi adeguatamente al lavoro e hanno in gran considerazione i consigli degli anziani. Una differenza abissale rispetto agli anni ’70 quando l’adulto andava contestato a priori e il giovane si illudeva di costruire un mondo nuovo a misura della sua fantasia. Ora no. Conosco molti ragazzi che stanno attenti all’euro da spendere, che alternano gli studi ad un lavoro umile e non si sognano di perdere un esame all’università. Oggi proprio ho pranzato con un universitario della costiera sorrentina che il sabato va ad infornare le pizze: 500 ogni volta per un pugno di euro. E’ in ordine con gli esami d’ingegneria, suona il sassofono ed è di una simpatia travolgente. Da quelle parti una pizza costa due euro e mezzo, massimo tre euro, più un euro di coperto. Sono venuto via da quest’incontro non solo con una maggiore cognizione su come si gira la pizza nel forno a legna, ma consapevole che questo ragazzo non si farà vuote illusioni sulla vita ma che saprà cavarsela ovunque, con la capacità di comprendere e andare incontro a chi si trova in difficoltà.

mercoledì 1 febbraio 2017

Esperienze napoletane


Napoli continua a sorprendermi. Ritorno ormai spesso nella città che ho lasciato 47 anni fa. Continue emozioni sorgono ad ogni occasione dando l’impressione di un patrimonio umano inesauribile. Ieri sono andato a incontrare al Caffè Gambrinus Maurizio De Giovanni, il celebre autore di romanzi gialli pieni di umanità: il protagonista di una serie è il commissario Ricciardi che opera nella Napoli degli anni 30. Troviamo un tavolo con un elegante prenotazione per il commissario Ricciardi in persona: un cortese omaggio dei proprietari all’amico Maurizio che alla fine pagherà (con sconto) lasciando 5 “sospesi”. Il caffè sospeso è un’invenzione napoletana che consente a chi non ha denaro di prendere un caffè gratis. Sarà… ma mi commuove questa città che considera il suo buon caffè un diritto umano inalienabile. Mentre parliamo, un anziano signore suona al pianoforte musiche napoletane nel fondo del locale. Alla fine andiamo a salutarlo e scopriamo che è un famoso giornalista sportivo che non legge la musica ma ha un orecchio che gli consente di esprimere col piano ciò che sente dentro. Viene a suonare “per sfizio” nel locale, quando gli va. Maurizio sta avendo un gran successo, ora anche in tv con la serie di Pizzofalcone tratta dai suoi gialli, ma non perde la semplicità e la simpatia: si dichiara disponibile a collaborare con le iniziative sociali che gli propongo e alla fine ci fotografano col cartellino del commissario Ricciardi. Le sfogliatelle sono deliziose. Viva Napoli!


venerdì 27 gennaio 2017

Dio non è un accessorio


Dio non è un accessorio. La telecamera posteriore dell’auto per le marcia indietro è un accessorio ma Dio non è un optional. Non è sensato pensare a Dio saltuariamente e in casi specifici. E’ noto che in un aereo che cade non ci sono atei… e neppure durante un terremoto. In quelle circostanze tutti pregano. Che senso ha rivolgersi a Dio soltanto allora? In fondo la nostra vita ha molto in comune con un aereo che cadrà e con un destino traballante. Allora perché mi devo narcotizzare con false sicurezze? Un motivo c’è. Io vorrei bastare a me stesso, vorrei essere artefice di tutto ciò che mi accade, ma non è così. Gli inconvenienti e le difficoltà della vita portano un messaggio positivo: mi dicono che io sono una creatura che ha bisogno del creatore.
Dio ha voluto prender posto fra di noi con Gesù che nasce nelle maggiori difficoltà possibili: un parto fuori casa, in condizioni precarie. Subito dopo una fuga, e poi non ha avuto dove posare il capo… e infine è morto sulla croce. Più contrarietà di così… Ma stranamente seguendo Lui sarò felice. Lui mi ha aperto la strada per vivere con umiltà. Quasi certamente patirò meno di Lui, anzi la mia vita sarà piena di gioia perché redenzione significa un rapporto vero, cordiale, umano con Dio e con gli altri, con l’umorismo di saper sorridere sui miei limiti. La Provvidenza provvede e, dopo la difficoltà, spunta il sole. Il rapporto con Dio è la cosa più sensata che io possa fare. Dopo la morte viene la resurrezione. Dio non è un accessorio.

sabato 21 gennaio 2017

Vivere con la Trinità


Fin da piccolo mi hanno spiegato che il dogma della Santissima Trinità è un mistero insondabile. Sappiamo solo qualcosa, dedotta dalla predicazione di Gesù: Gesù è Dio, si rivolge a suo Padre Onnipotente e promette il Consolatore, lo Spirito Santo che ci farà comprendere ogni cosa. Grande è stata la speculazione teologica su questo tema che ha visto impegnati i primi concili ecumenici. Per quanto riguarda il mio rapporto con Dio ciò che è stato rivelato basta per la mia preghiera. So che Dio Padre è onnipotente e mi rivolgo a Lui quando ho bisogno della Sua potenza. So che i meriti di Gesù sono sovrabbondanti e perciò prego con La Chiesa: "per Gesù Cristo nostro Signore". Metto davanti al Padre i meriti di Gesù e non i miei (casomai ci fossero), sapendo che è la migliore strada per pregare correttamente. Chiedo lumi allo Spirito Santo tutte le volte, e sono molte, che sento il bisogno di capire cosa devo fare. In più c'è la sposa dello Spirito Santo, Maria, figlia di Dio Padre e madre di Dio Figlio che è l'onnipotenza supplicante. Colei che è piena di Spirito Santo mi illumina ed è Lei stessa la madre a cui ricorrere. Mi pare, in conclusione, che della Trinità so abbastanza per avere un rapporto vivo con Dio e sentirmi in missione per conto Suo. "Come il Padre ha mandato me così io mando voi" ha detto Gesù. Sono concetti fondamentali: mi aiuta molto tornarvi sopra e fermarmi su di essi. Sono figlio di Dio Padre, fratello di Gesù, contenitore dello Spirito Santo e protetto da Maria. E' tanto...

martedì 17 gennaio 2017

La Cestistica Napoli


Cestistica Napoli

I napoletani sono sempre sorprendenti. Ne ho avuto la riprova domenica scorsa 15 gennaio quando sono andato a trovare Nello Lanzuise che, assieme al cognato Luigi De Rosa, ha dato vita alla Cestistica Napoli la società sportiva di pallacanestro che si allena in un locale pittoresco di Piscinola accanto al quartiere di Scampìa e di Chiaiano. Solo alcune impressioni perché questa avventura sportiva e formativa ha già una lunga storia e non sono in grado di raccontarla tutta. La simpatia di Nello e la sua famiglia, l'impegno del cognato allenatore con relativa famiglia e figli giocatori, t'impressionano quanto la vitalità e l'entusiasmo dei ragazzi che nel cuore hanno il Vesuvio, un calore e una spontaneità esplosiva. Siamo arrivati mentre la squadra dei tredicenni (ci sono squadre per ogni fascia d'età) era impegnata in una partita che avrebbe definito il vertice del campionato del settore. Momenti finali col fiato sospeso e poi la vittoria. Meno male perché essere un ospite che non porta fortuna non è un buon inizio a Napoli (e non solo). La palestra fa parte di un complesso imponente del comune, mai messo in funzione. E' stata l'iniziativa di Nello e Luigi a pulire la palestra dalle erbacce e finanziare con i propri soldi la messa a norma. L'intenzione dei due "fondatori" è di dare ai ragazzi un'occasione d'impegno nobile e sano in una zona problematica. I rubinetti dell'acqua sono stati rubati, così come i ventilatori esterni dei condizionatori che i nostri amici avevano installato. Scoraggiarsi? No. Perché il loro cuore supera di gran lunga questi ostacoli.
Dopo la vittoria si festeggia per un giocatore che compie tredici anni, con pizza e Coca Cola... Quanto altro ci sarebbe da dire... ma questo è un anticipo per dare in futuro altre notizie di questa bella realtà che t'induce a pregare e impegnarsi. Un'ultima annotazione. I genitori dei ragazzi sono importanti più della scuola sportiva stessa. Perciò stanno dando vita ad attività formative per i grandi e già l'8 marzo in un importante cinema di Napoli ci sarà uno spettacolo sui linguaggi dell'amore matrimoniale interpretato dal grande Pierluigi Bartolomei...
Nelle foto: la squadra vittoriosa dei tredicenni, quella (anch'essa vittoriosa) dei quindicenni, e la foto di un nuovo tifoso.



venerdì 23 dicembre 2016

Su RaiUno dopo la S.Messa del Papa la notte di Natale...

Collaboro con Rai Vaticano e segnalo per la notte di Natale...

Comunicato Stampa

Il Giubileo di Francesco
Speciale Notte di Natale
Con Rai Vaticano Sabato 24 dicembre ore 23.30 su Rai Uno
dopo la messa del Papa

Dalla Siria con l’appello del Cardinale Zenari, alla Terrasanta con l’intervista al neo Amministratore Apostolico, l’Arcivescovo Pizzaballa; da Norcia e Amatrice, l’Italia terremotata senza chiese, alle periferie di Papa Francesco con il commento di Andrea Riccardi; dai presepi di San Pietro, con la barca opera di Malta, e di Napoli, città che ritrova l’antico complesso della Pietra Santa, al Natale dei Pontefici nella storia.

Nella notte di Natale l’appello per la pace dalla Siria martoriata dalla guerra. “La mia porpora porta già il sangue di tanta gente, il sangue di tanti bambini. La porpora  è il bel gesto del Papa per tutta la Siria. Dico fermatevi e cessate questa violenza. Non bombardate la speranza. La gente ormai rischia di non sperare più. Tocco con mano questa mancanza di futuro. Dopo sei anni di guerra civile e di bombardamenti c’è il rischio che la speranza rimanga sotto le macerie”, così il Card. Mario Zenari, Nunzio apostolico a Damasco, intervistato, nello Speciale di Rai Vaticano, “Il Giubileo di Francesco – Notte di Natale”, in onda su Rai Uno, il 24 dicembre ore 23.30 dopo la Messa di Papa Francesco, ambientato nella Sala dei Misteri dei Musei Vaticani.
Il Card. Zenari racconta a Massimo Milone, che cura il programma (con i servizi di Nicola Vicenti, Costanza Miriano, Stefano Girotti, Piero Marrazzo, Aldo Maria Valli e Filippo Di Giacomo), l’odissea di un popolo e della sua gente ma anche l’azione diplomatica e di solidarietà portate avanti dalla Chiesa. In Siria, tra l’altro, quattro ospedali, a Damasco e ad Aleppo, vivranno grazie, alla Fondazione AVSI che ha raccolto fondi e invierà esperti. Tra i primi a raccogliere l’appello, gli operatori sanitari del Fondazione Policlinico Gemelli. Nello Speciale parla il segretario generale AVSI Giampaolo Silvestri.
Lo Speciale racconta poi il Natale in Terrasanta con l’intervista all’Arcivescovo Pierbattista Pizzaballa, neo Amministratore Apostolico del Patriarcato di Gerusalemme dei Latini. “Parlare di misericordia, perdono, riconciliazione in Terrasanta è sempre molto difficile. Però il Giubileo della Misericordia ha ricordato almeno a noi cristiani che la prospettiva della misericordia e del perdono è imprescindibile da una visione di pace”, dice Pizzaballa.
L’itinerario delle periferie di Francesco tracciato poi dal Card. Luis Tagle e dallo storico Andrea Riccardi. “Gesù è nato in Asia – dice l’Arcivescovo di Manila – parlava come un asiatico. In questa parte dell’Asia aperta a tutto il mondo. Però il mistero è che dove il Signore è nato, la Chiesa, rimane un piccolo gregge. Ma c’è futuro anche in un piccolo gruppo”. Mentre per Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, “Gesù dopo la nascita ha dovuto fuggire con suo padre e sua madre in Egitto, come un perseguitato politico e religioso. Come oggi Betlemme è il luogo della fragilità e della transitorietà”.
Riflettori, nello Speciale accesi sull’Italia terremotata “senza chiese” di Norcia e Amatrice, dove parlano religiosi, istituzioni e cittadini. Dice il Vescovo di Norcia Renato Boccardo: “mentre tutti gli edifici sono crollati o hanno subito danni è bello pensare che la statua di San Benedetto al centro di Norcia non si è mossa di un millimetro. Da questa certezza, da questa fede, dobbiamo ripartire”.
E ancora nello Speciale il presepe realizzato a Malta che, in Piazza San Pietro, vede accanto alla Grotta la barca dei migranti, simbolo di naufragi ma anche di salvezza e quello della tradizione che, nei vicoli della Napoli greco-romana, ospita l’effigie di Papa Francesco. Con la città che riapre un gioiello di storia e cultura come il complesso della Pietrasanta. Infine una rassegna del Natale dei Papi, da Leone Magno a Papa Francesco.
Lo speciale è stato ambientato nella suggestiva cornice della Sala dei Misteri, appartamento Borgia dei Musei Vaticani, dove, tra l’altro, è affrescata la Natività del Pinturicchio

Il programma “Il Giubileo di Francesco – Notte di Natale”, a cura di Massimo Milone, di Nicola Vicenti e Costanza Miriano, la consulenza di Giuseppe Corigliano, le musiche originali di Giovanni Scapecchi, la collaborazione di Filippo Di Giacomo, va in replica domenica 25 dicembre alle ore 12.30, su Rai Storia e per l’estero, sempre domenica, su Rai Italia. Edizione Pier Luigi Lodi, Produttore esecutivo Milvia Licari.

giovedì 22 dicembre 2016

Grazie per don Javier


Quanti motivi di ringraziamento per quest'anno! Il primo è  per il dono del Giubileo. Papa Francesco ci ha avviato verso una maggiore sensibilità per i bisogni altrui e ci ha segnato la strada per una maggiore attenzione per ciascuna persona che incontriamo, come Gesù.
Ci sono stati due distacchi dalla vita terrena che hanno segnato con dolore l'ultimo periodo dell'anno. Ettore Bernabei e Monsignor Javier Echevarría sono andati a godere del volto di Dio così cercato su questa terra. Di Bernabei ho già scritto su Tempi, ora vorrei esprimere il mio Te Deum per il dono della vita di don Javier, che chiamavamo Padre dal 1994.
Un'occhiata alla sua biografia ci dice molte cose. Nato nel '32 aderisce giovanissimo all'Opus Dei e diventa segretario di San Josemaría Escrivá dal 1953 fino alla sua morte nel 1975. Anni passati fin da giovane accanto a un santo, anzi a due santi perché l'altro "custode" del fondatore dell'Opus Dei era il beato Alvaro del Portillo. Dal 1975 in poi continua la sua vicinanza con don Alvaro fino al 1994 (quando don Alvaro muore) assumendo il titolo di vicario generale della Prelatura dell'Opus Dei. Dal 1994 viene confermato da Giovanni Paolo II come Prelato dell'Opera. La stretta unità con il Fondatore e il suo successore gli ha consentito di mantenere intatto, senza scosse, lo spirito fondazionale, fatto di fede, di amore alla Chiesa e al Papa e di spirito di famiglia che ha caratterizzato la guida dell'Opus Dei fin dai primi anni.
Con il transito al Cielo di don Javier si conclude così un periodo storico per l'Opera che lascia in eredità il desiderio di conservarne e attualizzarne lo spirito. Gli stessi tratti del carattere di don Javier testimoniano la continuità con i tratti fondazionali, anche nei piccoli particolari. Per esempio il costante buon umore. Nell'ultima lettera che ci ha scritto il primo dicembre di quest'anno il Padre riportava un brano tratto da un appunto di San Josemaría: "Conosco un asinello - parlava di se stesso - così mal ridotto che, se fosse stato a Betlemme accanto al bue, invece di adorare devotamente il Creatore, si sarebbe mangiato la paglia del presepe". Un senso dell'umorismo che don Javier ha conservato fino alla fine scherzando con coloro che lo accudivano.
Un altro tratto comune è la devozione alla Madonna di Guadalupe. Quando San Josemaría Escrivá nel 1970 si recò in pellegrinaggio in Messico pregò a lungo davanti all'immagine della Guadalupana. Più tardi, davanti a un quadro che rappresentava la Vergine che porgeva un fiore all'indio Juan Diego, disse:"mi piacerebbe morire così, con la Madonna che ti porge un fiore". San Josemaría morì improvvisamente davanti ad un quadro della Virgen de Guadalupe e la sua ultima frase fu rivolta a don Javier: "Javi, no me encuentro bien...". E' significativo che la Madonna abbia chiamato a sé don Javier il 12 dicembre, giorno della sua festa. Quasi a sigillo di questo ricordo, allego una foto che ritrae don Javier accanto a don Alvaro con una riproduzione della Guadalupana nello sfondo. Ero presente quando Edoardo Fornaciari scattò questa foto. Fu don Alvaro che volle don Javier accanto. Erano le necessarie fotografie ufficiali che si dovevano realizzare per uso interno ed esterno. Il sorriso dolce di don Alvaro esprime bene il clima che si viveva.
Un'altra caratteristica di don Javier era la memoria prodigiosa: un dono naturale alimentato dall'affetto reale verso le persone. Si ricordava di particolari dimenticati dallo stesso interessato. Nell'estate del '72 mi toccò in sorte di pranzare col Fondatore, don Alvaro e don Javier a Civenna. Abitavo a Milano da meno di due anni e San Josemaría mi chiese come mi trovassi in quella città. Sapevo che il Padre amava scherzare sui vari luoghi di provenienza e, siccome avevo apprezzato i dintorni di Milano dove i milanesi scappavano nel week end (dalle montagne alla Brianza), dissi: "Padre, il vantaggio di Milano è che appena ti sposti vai in un luogo migliore". Il Padre sorrise e la cosa finì lì. Dopo quasi 40 anni portai da don Javier un giornalista del Corriere e si parlò di Milano. A un certo punto don Javier disse, lasciandomi sbalordito: "Come dice l'ingegner Corigliano, il vantaggio di Milano è che appena ti sposti vai in un luogo migliore".
Chiarisco che tutti e tre i personaggi descritti hanno avuto sempre una grande considerazione per Milano e la sua Madonnina. Era tale l'affetto che il Padre riversava sulle persone che, quando uscimmo, il giornalista mi disse: "Oggi ho capito in poco tempo tanti aspetti dello spirito dell'Opera più di quanto avessi inteso da quando ci conosciamo...".
Concludo ricordando l'impegno quasi sportivo e grintoso con cui don Javier si dedicava a tutto ciò che riguardasse Dio. Una volta un prestigioso personaggio considerò che durante la recita del Rosario è facile distrarsi, don Javier simpaticamente e con slancio disse: "No, se si vuole, si può stare attenti...".


mercoledì 14 dicembre 2016

Che mondo sarebbe senza Napoli...


Ultimamente sto andando frequentemente a Napoli per lavoro. E' la mia città, lasciata tanti anni fa, che ha per me il fascino evocativo della giovinezza. La sua bellezza è sconvolgente. In mare e in cielo si dispiega una tavolozza celeste che fa risaltare la sagoma scura del Vesuvio, della penisola sorrentina e del profilo di Capri. Ma c'è qualcosa in più: è lo stile di vita degli abitanti che risulta soprendente. Le persone ti guardano negli occhi con un'espressione cordiale e penetrante. L'attitudine al sorriso e alla comicità ti coinvolgono in una continua commedia di De Filippo. Avverti che ciascuno è disponibile ad entrare in risonanza con ciò che porti nel cuore. Camminare per le strette strade del centro è una festa: dolci prorompenti e provocanti emergono dalle vetrine delle pasticcerie. Pizze, paste cresciute e fritture varie ti tentano ad ogni angolo. Perfino la superstizione diventa spiritosa: si vendono corni rossi "collaudati". I pastori dei presepi ti lasciano a bocca aperta. Ci sono anche i personaggi d'attualità, compreso "O traditore Higuain" (il calciatore passato alla Juventus). Nei bassi si assiste a scene di vita quotidiana esibita con naturalezza: si convive con tutti. La musica è ovunque, ti accompagna: senti voci che cantano con un'intonazione perfetta. Hai l'impressione che Gesù Bambino stia a suo agio fra la gente perché avverte una religiosità che sorge spontanea dal terreno della semplicità e dell'allegria, dal cuore disposto a capire, a condividere.


domenica 27 novembre 2016

Se vince il "Sì"


Non desidero dare indicazioni elettorali ma mi preoccupa un pericolo che viene ignorato dai media. Se vincerà il "Sì" chi impedirà alla Cirinnà e ai suoi seguaci di permettere l'utero in affitto, l'adozione di bambini da parte di coppie omosessuali, la teoria del gender nelle scuole elementari, il reato di omofobia (si potrà finire in carcere per aver letto passi della Bibbia ad alta voce), l'eutanasia, l'aborto fino all'ultimo giorno di gravidanza (come proposto dalla Clinton) e così via...? Chi lo impedirà quando in mano a queste persone ci sarà una "migliore governabilità"?
Le organizzazioni e le lobby internazionali telecomandano il nostro Paese. L'ambasciatore americano si dichiara pubblicamente a favore del Sì; il presidente Napolitano (che in passato militava nella corrente PCI più vicina agli ambienti laici internazionali) nomina senatore a vita Mario Monti, improvvisamente e per meriti sconosciuti, per poi imporlo come presidente del consiglio; Obama si congratula con Renzi il giorno dopo l'approvazione della legge sulle unioni civili ... episodi che fanno venire in mente la "colonizzazione ideologica" di cui parla il Papa. Perfino Edgar Morin sostiene che "la civiltà occidentale si presenta come la guarigione mentre porta in sè la malattia". Pensiamoci due volte prima di lasciar mano libera a chi obbedisce a ignoti burattinai. Cautela: fidiamoci di chi ha studiato, lavorato e ha rettitudine morale. Non basta essere brillanti in tv. E preghiamo per il nostro povero Paese.

sabato 19 novembre 2016

Oltre la dittatura ideologica


I giornalisti hanno sbagliato pronostico per le elezioni presidenziali USA. Si è chiarito che il mondo dell'informazione può perdere il contatto con la realtà: la presunta finestra sul reale può diventare un quadro immaginario che non corrisponde al vero. Ma il distacco dalla realtà del mondo dell'informazione (si può aggiungere anche quello del cinema e dell'intrattenimento tv) non è dovuto a un'accidentale pigrizia: è dovuto a un presupposto ideologico. Questi mondi sono impregnati di una visione dell'uomo rappresentato come un essere che si autodetermina. L'uomo può stabilire cosa è bene e cosa è male, chi è maschio e chi è femmina (o una delle catalogazioni intermedie), quando si può nascere e quando si deve morire. Un'ideologia che ricorda la scena dell'antico serpente: "sarete come Dio" (Gen 3,5). Il soggettivismo iniziato con Cartesio, l'empirismo inglese (per cui è lecito fare tutto ciò che abbiamo la possibilità di fare), il rifiuto del  Discorso della Montagna di Gesù, sono all'origine di questo pensiero che si impone come imperativo: si deve pensare così, altrimenti sei fuori e sarai perseguitato. Si spiega così il fallimento dei sondaggi elettorali: la gente aveva paura di dire che non votava per la candidata sostenuta dalla dittatura ideologica. Ma niente paura. Chi ha fede in Gesù ha sempre dovuto subire le avversità di forze contrarie. Lasciamo da parte il "dove andremo a finire". Devo solo pregare, comprendere, perdonare e aver fiducia che chi sa amare lascerà traccia.

venerdì 11 novembre 2016

Ricordo di Piero Turul

Non ci ha lasciati Piero Turul. Ieri, 10 novembre 2016, ha iniziato la sua tertulia in cielo con San Josemaría e tanti altri. Nella sua stanza non c'erano sue fotografie: c'erano, ben incorniciati, pezzi di carta con autografi di San Josemaría. Erano l'arredamento della sua anima. 

Era pieno di ricordi di nostro Padre (San Josemaría) e delle persone che aveva incontrato a Napoli, a Palermo e soprattutto in Svizzera. Una volta ho partecipato a 5 giorni di ritiro spirituale con la sua predicazione. Era così divertente (un episodio dietro l'altro) che a un certo punto mi sono chiesto se il ritiro valesse come tale.

La sua allegria e la sua fede erano una testimonianza vivente della sua donazione a Dio nello spirito dell'Opus Dei. Dopo un primo momento di mesta partecipazione alle sue sofferenze è sopraggiunta una gioia grande di saperlo immerso in Dio.
San Josemaría amava divegnare piccole papere perché sono animali che appena nati vengono buttati in acqua e imparano subito a nuotare. Piero (Perico è il diminutivo in spagnolo) ha nuotato benissimo laddove gli è stato richiesto...


giovedì 10 novembre 2016

Bernabei e il senso delle parole di Gesù


Ogni giorno, dopo la comunione, recito questa preghiera di mia composizione che non ha un valore ufficiale ma può servire a chi nutre riconoscenza e affetto verso Ettore Bernabei: "O Dio che concedesti a Ettore Bernabei doni di fede, generosità, saggezza, cultura e coraggio, Ti chiedo per sua intercessione di saper comprendere la Tua volontà nello scorrere degli avvenimenti privati e pubblici, e valutare giustamente lo svolgersi della storia umana intorno a me, tenendo presente il bene della Chiesa, della mia famiglia e del mio Paese. Degnati di glorificare il tuo figlio Ettore e di concedermi ciò che ti chiedo con la sua intercessione...". Sono più o meno tre mesi che non possiamo gioire per la presenza di Ettore su questa terra ma sento che mi assiste e mi suggerisce linee di condotta: confidare nella Provvidenza, comprendere, perdonare, coltivare grandi desideri. Conoscendolo si capiva il senso di alcune parabole di Gesù di non immediata comprensione. Il fattore accorto che provvede al suo futuro con le sostanze del padrone (Lc 16,1-13) e viene lodato perché bisogna apprendere dalla scaltrezza dei figli di questo mondo; la semplicità delle colombe unita all'astuzia dei serpenti (Mt. 10,16); l'invito a comprare una spada vendendo il mantello (Lc 22,36). Il Signore non vuole da me una fiducia nella Provvidenza da vispa Teresa ma un modo accorto di comprendere la Sua volontà, come faceva Maria che meditava gli avvenimenti nel suo cuore e Giuseppe che sapeva prendere l'iniziativa.


giovedì 3 novembre 2016

Il capitalismo di radice cristiana


La fortunata serie dei Medici su RaiUno si è caratterizzata per il ritmo avvincente, la qualità della recitazione, la bellezza dei costumi e l'interesse del tema. E' stata una produzione internazionale con la direzione italiana che ha consentito una sensibilità particolare nel trattare temi artistici e culturali: una fiction che si pone al di sopra di realizzazioni simili di marca straniera (che denotano quasi sempre una certa superficialità banalizzante nel trattare periodi storici simili). Nella realizzazione dei Medici si nota l'intreccio di una cultura cattolica con una protestante. Di marca protestante è la riduzione del conflitto alla contrapposizione fra una classe borghese cinica emergente contro quella dei nobili. Un conflitto senz'altro reale ma fortemente rimarcato, mentre sembra mancare la comprensione che il capitalismo di origine cattolica, qual'è quello della famiglia Medici e degli altri banchieri italiani dell'epoca, non è volto al solo profitto ma tiene conto del bene comune. Nella fiction il popolo viene rappresentato da un'insieme di ignoranti superstiziosi mentre nella Firenze dell'epoca era ben radicata una vasta cultura di radice cristiana che faceva sì che il ricco non puntasse alla ricchezza smisurata propria del capitalismo di stile protestante ma investisse in opere di bellezza fruibile da tutti. Una riflessione che, come pensava Bernabei ispiratore della fiction, fa sperare che il contributo dell'Italia alla civiltà occidentale sia ben lungi dall'esaurirsi.


venerdì 28 ottobre 2016

Diffondere la fede


Avvicinarsi alla fede porta con sé il desiderio di diffonderla. Mi ricordo lo zelo di Leonardo Mondadori, una volta convertito. Desiderava avvicinare a Dio tutti i suoi amici e chiedeva collaborazione per questo. Anche per me il recupero della fede significò un impegno nel comunicarla agli altri, ma come? Ecco il punto che valse la pena chiarire. Quando trovo un ristorante dove si mangia bene e si paga poco, lo consiglio agli amici, e così per uno sport o una buona cura. Ma la fede non si può trasmettere soltanto così. Indubbiamente anche così: niente come l'esperienza diretta è convincente. Raccontare a un amico come la mia vita è cambiata da quando frequento Gesù è un ottimo punto d'inizio. Potrei dire che questo è l'apostolato della confidenza, ma non basta. Occorre voler bene, l'amicizia. Da principio non l'avevo capito a fondo. Pensavo che bastasse la cordialità. Conoscendo meglio San Josemaría mi son man mano reso conto che era una persona che sapeva voler bene. Era lanciato amorevolmente verso tutti e sapeva servire le persone che stavano con lui trasmettendo un clima di allegria. Capii chiaramente che occorreva impegnare il cuore e la testa per i miei amici, fino a che arrivai all'idea chiara: occorre morire per loro come Gesù è morto per me. E' un bel concetto ma praticarlo è un'avventura unica. Il marito per la moglie ("sposala e muori per lei", direbbe Costanza Miriano), la madre per i figli, io per i miei amici: è lo stile di Gesù. Chi porta con sé Gesù si da da mangiare.

domenica 23 ottobre 2016

Quanto pesa la corruzione?


Quanto pesa la corruzione? "Pesa di più la paura della corruzione" sono parole di Gianfelice Rocca presidente di Assolombarda (Corriere del 3 0ttobre). Se si reagisce al pericolo "con la burocratizzazione e il congelamento, sei morto". Parole di una verità lampante. La stagione delle cosiddette "Mani pulite" ha segnato il primo arresto dell'economia italiana nel '92. Dopo l'entusiasmo iniziale ci si è accorti che che la pulizia senza criterio può portare alla sterilizzazione e alla morte. "La ricostruzione della fiducia reciproca - ha continuato Rocca - è fondamentale perché la fiducia reciproca non è un fattore aggiunto, è un moltiplicatore dello sviluppo". Tutta l'economia occidentale è nata ed è prosperata sulla fiducia. L'economia è il riflesso della cultura di un popolo e le radici cristiane ne hanno consentito lo sviluppo. "La nostra autorappresentazione così negativa, invece, ci danneggia molto", afferma Rocca ben a ragione. L'abitudine dell'autodenigrazione  avvelena il clima sociale. Denunciare i privilegi della "casta" provoca un populismo deleterio. Ben venga la libertà di stampa intesa anche come controllo del modo con cui viene esercitato il potere; ma non si rende un servizio al Paese creando un clima di denuncia continua e di rappresentazione di un mondo in cui la malvagità domina. La concorrenza fra i mezzi di comunicazione accentua questo fenomeno, ostentando crimini sempre più eclatanti. Occorre un aumento del senso di responsabilità da parte dei comunicatori.

domenica 2 ottobre 2016

Organizzarsi in comunità


"Se il vostro collega chiede aiuto date la risposta sbagliata perché è un avversario". Questo è il consiglio di un professore dell'università di Harvard a un gruppo di partecipanti al test d'ingresso. Se da una parte dobbiamo ringraziare la Provvidenza di vivere in un'epoca relativamente civile, d'altra parte dobbiamo riconoscere che esiste un virus che contamina la cultura dominante che è il principio "homo homini lupus" (frase di Plauto: l'uomo è un lupo per l'uomo) che il filosofo inglese Thomas Hobbes adottò per descrivere lo stato di natura. Questo principio continua a pervadere lo stile anglosassone dei paesi che, avendo vinto la seconda guerra mondiale, dominano il mondo occidentale. Il mito dell'individualismo porta alla desertificazione dei rapporti sociali ed è utile a chi comanda perché se le società non sono organizzate in comunità diventano facilmente governabili. Il capitalismo senza regole può essere peggiore dello statalismo socialista che annullava il valore della persona e spegneva lo spirito d'iniziativa. E' un principio bene espresso da Giovanni Paolo II nell'enciclica Centesimus Annus. In Svezia i comuni hanno un servizio speciale per il recupero degli anziani che muoiono in casa da soli senza che nessuno se ne accorga. Partecipare alla vita delle associazioni, creare corpi intermedi è la via giusta così come la condivisione delle responsabilità. In Germania ha dato buoni risultati la partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori ai consigli d'amministrazione.

giovedì 22 settembre 2016

Il faro di civiltà oggi sono le case dei cristiani

La navicella della Chiesa non affonderà anche se è continuamente minacciata. Nei secoli passati le persecuzioni dall'esterno e le lacerazioni all'interno non sono mancate e oggi sembra che l'unità della Chiesa sia fuori discussione. Stavolta la minaccia viene dall'onda ateistica che usa i penetranti mezzi di comunicazione. Chi salverà la Chiesa? Nel dilagare delle invasioni barbariche i monasteri salvarono e diffusero i semi della fede, della cultura e del vivere civile. Oggi sono le famiglie che sono chiamate ad essere il focolaio di amore, di fede e dei fermenti culturali che potranno consentire una rinascita di una civiltà cristiana dalle ceneri che ricoprono le menti e i cuori dei fedeli tiepidi, soggetti all'influenza della cultura dominante. Non è facile il compito della famiglia. Deve sopravvivere alle difficoltà economiche e culturali come una tenda nel deserto esposta ai venti e alle intemperie. E' utile la devozione alla coppia di amici di San Paolo Aquila e Priscilla, marito e moglie, che esercitarono un apostolato audace, personale, e ospitarono nella loro casa la comunità della Chiesa primitiva. Oggi la Chiesa, che dispone di una organizzazione gerarchica e di movimenti efficienti, conta soprattutto sulle famiglie il cui  ambiente deve essere particolarmente attrezzato: un clima allegro e sereno, una fede reale che che alimenti un rapporto personale intenso con Dio con la coscienza di essere in missione per conto Suo. I monasteri di oggi sono le case dei cristiani.

domenica 11 settembre 2016

Una lettera che è migliore di una bella recensione

Scrivo libri per dimostrare che la vita cristiana porta la felicità. Un amico mi ha inoltrato il commento di uno psicoterapeuta che ha letto "Siamo in missione per conto di Dio"...
Caro ....,
desidero informarti di una imprevedibile "evoluzione", successiva alla nostra giornata di rilassante quiete estiva al ......
Premesso che la tua gradita compagnia mi ha fatto trascorrere bellissime, serene e riposanti ore in riva al mare, quello che mi ha stupito è il graduale ma progressivo cambiamento di prospettiva che ho notato nella mia mente e nei miei pensieri nei giorni a seguire.
Tutto è iniziato quando ho messo mano al libro che mi hai regalato.
In tutta onestà pensavo che non avrei avuto una grande condivisione con gli argomenti trattati.
Mi aspettavo che il tema del lavoro, che mi interessa moltissimo (sono notoriamente uno stakanovista che lavora 12 ore al giorno), fosse trattato con la solita magniloquente retorica buonista.
Con questo aprioristico giudizio ho quindi iniziato, un po' svogliatamente, la lettura.
Prima sorpresa: lo stile non era assolutamente ridondante ed enfatico ma efficacemente lineare, scorrevole, chiaro e immediato.
Seconda sorpresa: avevo deciso di sottolineare con una matita tutti i concetti, i ragionamenti e le tesi su cui mi sarei, inevitabilmente, trovato in disaccordo.
Già all'introduzione cambio opinione... mi accorgo che ciò che Pippo Corigliano intende per Cultura del Lavoro, corrisponde perfettamente al mio modo di pensare.
Sottolineo a matita le parti che condivido e a lato metto il numero 1 (primo concetto che ritengo giusto e valido).
Proseguendo nella lettura trovo una seconda opinione condivisibile e poi una terza, una quarta.....
Alla fine mi accorgo, con non poco stupore, che in ogni pagina trovo almeno un argomento su cui sono perfettamente d'accordo con l'autore.
Tutta questa approvazione per le tesi sostenute da Pippo Corigliano ha iniziato a generare in me tutta una serie di dubbi e perplessità.
-Sono veramente laico come ho sempre sostenuto?
-Il mio stile di vita mi soddisfa?
-Sono stato un buon figlio?
-Sono un buon genitore?
-Sono un buon medico?
Il risultato di tutte queste riflessioni è una sorta di "magone" che mi sento sullo stomaco da circa 20 giorni.
Se ti fa piacere e se hai un po' di tempo da dedicarmi potresti aiutarmi a capirci qualcosa di più?
Buona serata, un abbraccio.

giovedì 8 settembre 2016

La fertilità degli italiani


Non si capisce l'attacco concentrico al ministro Lorenzin per la sua campagna sulla fertilità degli italiani. Sembra che nessuno si accorga che sono anni che gli economisti, i sociologi, i dirigenti degli istituti pensionistici, ecc. predicano incessantemente che l'indice di natalità in Italia è troppo basso e che bisogna far qualcosa per invertire la tendenza. Il ministro Lorenzin ci ha tentato ed è il primo politico di spicco in Italia a prendere un'iniziativa di tal genere, dal dopoguerra in poi. Nemmeno i democristiani avevano sollevato il problema. Diversamente dall'Europa dove, a cominciare dalla Francia, si sono prese misure efficaci per arginare il calo delle nascite.
Si dice che le immagini usate per la campagna pubblicitaria non sono adatte. Bene. Si cambi lo stile ma è il messaggio ad essere importante. Né vale dire che le famiglie non faranno certo figli grazie ad una campagna pubblicitaria perché è proprio il messaggio di questa campagna che getta luce sul problema: in Italia non si fanno figli perché le condizioni strutturali, economiche e culturali lo impediscono. Finora ci siamo accapigliati sulle unioni degli omosessuali e il loro ordinamento giuridico (pare che fosse un problema urgente). Vogliamo finalmente chiedere ai nostri governanti di rimuovere le cause della nostra denatalità? Mi pare che la Lorenzin vada ringraziata.


lunedì 5 settembre 2016

Il senso dello Stato


Si dice spesso che gli italiani non hanno il senso dello Stato. Si capisce il perché dando un ripasso alla storia, quella vera, non ideologica. Il nostro è uno Stato costruito in maniera artificiosa contro il comune sentire della gente, seguendo dottrine liberali importate dall'estero e ignorando la cultura e la fede delle popolazioni. Il livello culturale del Piemonte del'800 era inferiore a quello degli altri stati italiani. La prima preoccupazione del nuovo parlamento piemontese, fin dalla prima guerra d'indipendenza è stata la soppressione dei gesuiti, compresi i gesuiti piemontesi. Da allora è stato un continuo ostacolare il sentimento religioso della popolazione. Il fascismo ha cambiato rotta ma proponendo una mistica civile in alternativa a quella cristiana, considerata sempre con sospetto. Il secondo dopoguerra ha visto una vera ripresa del Paese ad opera soprattutto di cattolici che le potenze vincitrici hanno sostenuto fino a che l'Italia non è diventata la quarta potenza industriale mondiale attorno al '62. Da allora è cominciata, ispirata dall'estero, una campagna denigratoria verso i credenti, che ancora perdura, anzi va crescendo ponendo il Paese di fronte a problemi fittizi, trascurando i problemi reali. Un problema reale è il calo delle nascite e invece ci dobbiamo accapigliare sulle unioni omosessuali, un problema reale è quello della ripresa economica e ci viene imposta una moneta unica, mal concepita fin dall'inizio, che con lo spauracchio dell'inflazione costringe i cittadini a pagare più tasse, mentre le banche non prestano agli imprenditori ma s'impegnano in speculazioni finanziarie consentite dalla deregulation importata dall'estero.
Il miracolo economico c'è stato mentre vigeva la Costituzione elaborata nel dopoguerra e invece ora ci dobbiamo accapigliare per cambiarla o meno. Si vuole garantire la governabilità, si dice, ma la governabilità serve quando c'è un buon governo altrimenti peggiora le cose. Se il governo non è illuminato la governabilità porta più buio. Il problema reale è formare una classe poltica preparata come lo era nel dopoguerra: la seconda repubblica è sembrata finora un festival dell'improvvisazione.
Il Paese reale è vitale. Il disastro del recente terremoto ha visto mobilitarsi forze vive e sane, dai Vigili del Fuoco ai volontari, dalla Protezione civile alla generosità dei cittadini. Il Paese si riconosce nella bandiera italiana cucita sui giubbotti dei soccorritori in modo ancor più consistente che per le olimpiadi o i mondiali di calcio. Invece il senso dello Stato si rivela quasi inesistente quando i cittadini si trovano davanti ad un'amministrazione pubblica inaffidabile in cui non si riconoscono.

giovedì 1 settembre 2016

Il dolore


Il dolore. E' un mistero dentro di me. Muore il mio più caro amico d'improvviso. Lui uomo di fede e io che cerco di vivere la fede. Eppure non controllo me stesso. Mi dico che lui gode della vita eterna, che la Risurrezione di Cristo è la garanzia, che ci rivedremo in cielo, ma non obbedisco ai miei pensieri. La notizia mi arriva la sera, dovrei mettermi l'animo in pace ma non riesco a dormire. Mi ritorna in mente il grande Agostino che si trattiene dal piangere la morte di sua madre perché la fede sua e di lei non consentono la tristezza. Poi il pianto, da solo. Mi conforta il libro delle sue Confessioni.
  Ettore Bernabei aveva 95 anni. Alla sua festa di compleanno, il 16 maggio scorso, disse ai suoi figli e nipoti riuniti che l'unico suo timore era il giudizio particolare: il momento in cui sarebbe apparso al cospetto di Dio per il primo giudizio. Se lui provava timore io dovrei sentire terrore. Era un uomo giusto, l'esempio della santità nella vita del nostro tempo. Un abbraccio l'ha accolto.
  Mio padre mi ha trasmesso tanto. Ho avuto il dono grande di conoscere San Josemaría Escrivá, il mio padre nella fede. Ho avuto la grazia di conoscere Ettore Bernabei, maestro di pensiero, modello di vita. Ora che lo sento vicino non lo voglio deludere.
  Il dolore per le sofferenze del terremoto recente mi conferma che l'esperienza del dolore non è descrivibile. Non si può circoscrivere: ci porta nel buio dell'esperienza di Dio. Il dolore dà la misura della profondità dell'amore.


domenica 14 agosto 2016

Ettore Bernabei

Con la morte di Ettore Bernabei si chiude la generazione di coloro che hanno portato l'Italia del dopoguerra a diventare, nel '62, la quarta potenza industriale mondiale. Bernabei non è stato solo il forgiatore di una Rai che raggiunse vertici di qualità internazionale. E' stato l'amico e consigliere di Amintore Fanfani con cui si vedeva ogni sera. Hanno seguito insieme le fasi più delicate della politica nazionale e internazionale. E' stato proprio Bernabei un anello di quella catena di comunicazione febbrile che scongiurò la minaccia della terza guerra mondiale nel '62. Bernabei si trovava a Washington e riferì allo staff di John Kennedy quanto Papa Giovanni e Fanfani suggerivano per risolvere la crisi dei missili russi a Cuba. Gli Stati Uniti accettarono di ritirare i propri missili dalla Puglia e da altre località da cui potevano raggiungere il territorio russo, realizzando così l'accordo di pace.
Bernabei non ha mai cessato di seguire le vicende della Rai, non certo per nostalgia, ma perché era cosciente di quanto fosse importante la televisione per formare la coscienza di un paese, nel bene e nel male. Lui la gestì per il bene. Voleva mandare a letto gli italiani contenti del proprio lavoro, coscienti dei problemi del Paese ma fiduciosi di un domani migliore. Ha unito capacità manageriale e la cultura necessaria per educare milioni di spettatori. A chi lo accusava di fare una televisione pedagogica rispondeva che la televisione è sempre pedagogica.
Andato in pensione, ha creato la Lux Vide, società di produzione che ha regalato all'Italia e al mondo programmi di qualità, dimostrando che la battaglia degli ascolti si vince non con la tv spazzatura ma con l'intelligenza dei programmi. I suoi successi come produttore sono numerosi. Il più recente è la serie di don Matteo che non cessa di realizzare ascolti incredibili. La fiction su Papa Giovanni XXIII ha registrato il record di ascolti per il suo genere.
Tanto altro ha realizzato e insegnato ma ciò che a lui stava a cuore è di trasmettere la fede in Dio e la conseguente fiducia nella Provvidenza. Lui vedeva la sua vita così: un percorso guidato e accompagnato dalla Provvidenza.
Nella foto la festa del 95° compleanno celebrato con i familiari il 16 maggio scorso