giovedì 20 aprile 2017

Felice come una Pasqua...


"Felice come una Pasqua" è un modo di dire che ha una sorprendente profondità. La risurrezione di Gesù è la nota serena di fondo che risuona in tutta la cultura occidentale. Certamente ci sono stati tradimenti rispetto alla buona notizia del Gesù risorto e della fede che comporta, ma sempre è restato chiaro che "bisognerebbe" vivere lieti in conseguenza. Le stesse fiabe per bambini, che sono il paradigma dell'esistenza, in Occidente hanno il lieto fine mentre i cartoni animati orientali rappresentano grandi battaglie che non necessariamente finiscono con la vittoria del bene. L'allegria la gioia, la letizia (con le loro diverse sfumature) per noi mortali è concepibile solo se c'è una speranza e la risurrezione di Cristo è la base della nostra speranza. L'allegria è una scintilla del divino, è l'emanazione dello Spirito Santo. Non a caso consideriamo affidabili le persone gioiose o, almeno, preferiamo convivere con loro piuttosto che con i melanconici. La tristezza è l'alleata del demonio: dal cuore triste nascono i peggiori pensieri.
Sono tornato a Napoli dopo tanti anni e sono rimasto sorpreso dalla quantità di persone che vedo ridere, anche se le condizioni socio-economiche suggerirebbero il contrario. Si è predisposti al sorriso perché resta un sottofondo di cultura cristiana. Prendere le cose troppo sul tragico è un difetto anzi, a ben guardare, è un peccato contro la virtù della speranza. Il vero tesoro di San Gennaro non è la magnifica raccolta di preziosità conservate accanto al Duomo: è il senso dell'umorismo di una città che ha un'umanità profonda radicata, a volte inconsapevolmente, nel cuore e nell'umanità di Gesù.

giovedì 13 aprile 2017

L'ultima Cena


L'Ultima Cena è un momento profondamente emozionante. "Ho desiderato ardentemente" dice Gesù "di mangiare questa Pasqua con voi" (Lc 22). In latino "desiderio desideravi": con desiderio ho desiderato (una traduzione letterale che fa capire l'intensità della volontà di Gesù). Nel lungo discorso riportato da Giovanni, Gesù promette: "io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre": lo Spirito Santo. Nel giorno della Pentecoste questa promessa viene mantenuta: gli Apostoli si trasformano. Da timidi diventano sfrontati: parlano chiaro e tutti li capiscono. Tremila si fanno battezzare. Lo Spirito Santo, dolce ospite dell'anima, più intimo di me stesso come diceva Agostino, è il sostegno nostro e di tutta la Chiesa: non è soltanto un sostegno personale ma di tutta la comunità umana. Diciamolo pure: senza lo spirito cristiano la civiltà decade inesorabilmente. La stessa Comunità Europea è nata prevalentemente ad opera di cristani convinti come De Gasperi, Schuman (per entrambi è in corso il processo di beatificazione) e Adenauer. Dopo i primi anni la cultura tecnocratica si è imposta generando un'entità tecnica in cui è difficile riconoscersi. E' solo un esempio che richiama il racconto biblico della Torre di Babele. Quando gli uomini pretendono di creare un'opera comune prescindendo da Dio il risultato è la confusione e la divisione. Nella Pentecoste invece non si realizza un'unità organizzativa bensì un'unità sostanziale che nasce dalla comunione dei santi pur nelle differenze di lingue e culture. C'è poco da fare: la nostra civiltà nasce dall'inabitazione dello Spirito Santo nei cuori. Senza di Lui nulla.

mercoledì 12 aprile 2017

Leonardo Mondadori e lo spirito apostolico


Quando Leonardo Mondadori decise di vivere come un cristiano dimostrò un impegno apostolico che mi stupì. Cercava di avvicinare alla fede gli amici più cari e spesso mi chiedeva simpaticamente una collaborazione: “vieni che oggi sono a colazione con ..x,  così mi dai una mano”. Similmente nel suo lavoro di presidente della Mondadori desiderava diffondere il vangelo. L’operazione più clamorosa fu la pubblicazione del primo libro di Giovanni Paolo II “Varcare la soglia della speranza”. Fece lanciare il volume da un’agenzia di New York e le principali case editrici di tutto il mondo si aggiudicarono l’asta per il proprio paese: il risultato fu una diffusione capillare in tutte le lingue. Potrei continuare perché Leonardo non si limitò a questo ma preferisco proporre a chi ha desideri apostolici una preghiera che recito ogni mattina, sapendo che è il Signore che smuove le anime:
Padre nostro che sei nei cieli ascolta la preghiera che ti rivolgiamo,
fa’ che la nostra vita non sia una vita sterile
manda operai nella tua messe e rendi fecondo il nostro apostolato
Gesù che hai detto “chiedete e vi sarà dato”
ti chiediamo che il nostro apostolato raggiunga gli angoli più remoti della terra.
Spirito Santo che hai guidato la vita di Maria, per la Sua intercessione, dona il soffio della Pentecoste alle nostre anime. Incendia d’amore i nostri cuori, rendici apostolici per portare molte anime a Dio e provocare tante conversioni.
Te lo chiediamo per i meriti di nostro Signore Gesù Cristo,
per il Suo sangue prezioso e per il Suo santo corpo
San Raffaele prega per noi, prega per loro
(San Raffaele è l’arcangelo che guidò il giovane Tobia nel suo viaggio).

giovedì 30 marzo 2017

E' ora di parlar chiaro


“L’uomo ha bisogno di Dio o le cose vanno abbastanza bene anche senza di Lui?”: è la domanda che si poneva Benedetto XVI durante una catechesi dell’Anno della Fede. “In una prima fase dell’assenza di Dio, quando la sua luce continua ancora a mandare i suoi riflessi e tiene insieme l’ordine dell’esistenza umana, si ha l’impressione che le cose funzionino abbastanza bene anche senza Dio. Ma quanto più il mondo si allontana da Dio, tanto più diventa chiaro che l’uomo … “perde” sempre di più la vita.” Proprio così diceva Benedetto: perde la vita. Parole attualissime mentre il Parlamento si sta occupando di una legge che dovrebbe autorizzare il suicidio di stato. Fatto quasi comico. Mentre sempre di più la gente non sa come tirare a campare bisogna legiferare su come farla morire. Pochi mesi fa il Paese è stato trascinato in una polemica sulle unioni civili, sfociata nell’approvazione di una legge che serve a pochissimi, mentre i giovani hanno difficoltà a sposarsi.
 La soluzione la dà Ratzinger. Bisogna ripetere chiaro e forte la frase di Gesù: “senza di me non potete fare nulla”. E nulla non vuol dire un poco, vuol dire niente. Occorre che chi ha fede mostri coi fatti che lo stile cristiano di vita è il più umano. Io per primo devo perdere ogni ritegno nel far capire che la creatura in sintonia col Creatore sta veramente bene. Basta prudenze, è l’ora di proclamare dai tetti ciò che abbiamo ascoltato dalle parole di Gesù. Nel film L’oro di Napoli Eduardo insegnava a rispondere al vecchio nobile oppressivo con un pernacchio. La cultura laicista è arrivata al capolinea. Devo contribuire al fiorire di una cultura cristiana.

giovedì 23 marzo 2017

Il laico apostolico


Il Santo Padre fin dall'inizio del suo pontificato, e anche prima, ha insistito sull'immagine di una Chiesa "in uscita" che porta il messaggio di Cristo. Una missione apostolica che riguarda anche i laici. Come si configura un laico apostolico? non certo con l'imitazione del sacerdote o del frate predicatore: persone dotate di una vocazione specifica. Il laico ha una missione sacerdotale da compiere (portare Dio al suo prossimo) ma con il suo stile caratterizzato dalla normalità. Deve vivere la fede dei santi e un amore grande, per Dio e il prossimo, in un contesto quotidiano. Deve essere straordinario  (perché la fede e l'amore non ammettono limiti) muovendosi nell'ordinario. Diciamolo pure: non siamo abituati a immaginare persone così. Forse ognuno di noi ha nei suoi ricordi un parente che ha lasciato una scia luminosa per le sue virtù ma manca una letteratura sulla santità nella vita ordinaria. Il laico santo irradia la gioia del suo abbandono nel Signore: è una persona positiva perché sa che la Provvidenza provvede. Sa essere amico, non è suscettibile e sa volare alto sulle asperità della vita quotidiana; conosce l'arte del voler bene che è un'arte raffinata che non si finisce mai d'imparare. In famiglia è sereno e mansueto, capace di digerire l'ordinaria follia che tutti ci portiamo appresso. Sa di essere poca cosa ma che con l'aiuto di Dio può fare grandi imprese: è un imprenditore di Dio. Comprende tutti, è laborioso, si adatta alle situazioni, sa ridere di se stesso, non si sconforta, chiama Gesù per nome.

giovedì 16 marzo 2017

Il lavoro a Napoli e nel Paese


Risolvere i problemi di Napoli non è solo occuparsi di una città ma di tutto il Paese. Napoli è una città simbolo che presenta, esaltandole, le caratteristiche della società italiana: ha gravi problemi sociali e nello stesso tempo è abitata da persone intelligenti e generose che desiderano risollevare le sorti della propria città. Si può dire lo stesso per ogni parte d'Italia. La società civile ha risorse che, in questo momento, la politica non riesce a gestire e allora bisogna agire senza attendere l'aiuto dello stato. "Damose da fa'" disse un giorno Giovanni Paolo II in romanesco...
Il primo problema è il lavoro. Conosco esperienze educative che riescono a coordinare l'insegnamento con le esigenze professionali delle aziende. Un esempio è il centro Elis di Roma che ha costituito un consorzio di imprese che contribuiscono alla formazione dei ragazzi con borse di studio e con l'apporto del proprio personale. Il risultato soddisfa giovani e aziende: i ragazzi trovano lavoro poco dopo la fine dei corsi.  Per i laureati che non trovano lavoro a Napoli, l'IPE (Istituto Per Ricerche ed Attività Educative ) ha organizzato in sintonia con aziende meridionali e nazionali una business school che rende quasi certa l'immediata assunzione dopo i corsi, com'è già avvenuto in 1.200 casi. Il sogno è realizzare per ogni quartiere napoletano scuole del genere che valorizzino la creatività della città. La Fondazione Banco di Napoli sostiene già molte generose attività di volontariato ma resta ancora molto da fare, specie per la formazione professionale.

giovedì 9 marzo 2017

Il potere della grande finanza


Il vecchio Ettore Bernabei mi spiegava che oggi è la finanza a governare il mondo e che il suo strumento principale è la comunicazione. Oggi la comunicazione è come gli eserciti dell'800: può occupare un territorio e controllarlo. La grande finanza è in mano a persone che hanno la cultura del profitto immediato. Non solo del profitto, perché col solo profitto si può anche perseguire il bene comune, ma del profitto immediato. La sua ideologia è diffondere il massimo dell'individualismo e quindi del consumo. Aborto, amore gay, eutanasia, dissoluzione della famiglia sono i principali obiettivi. Ci vorrebbe un approfondimento ma è quanto basta per accorgersi dei tranelli della comunicazione. Non è un caso se papà gay felici di avere il loro bambino (ottenuto chissà come) ottengano rilievo mediatico, così come la situazione patetica del malato cronico che vuole morire (colonne di giornali e spazi enormi nei TG) e il dramma (sparato a tutto volume) della mancanza (?) di medici abortisti. Come se non ci fossero problemi gravi in Italia. C'è una regia. Non è complottismo, è il dominio di Mammona: la ricchezza cieca che vuole solo essere più ricca. Per non parlare del commercio d'armi che provoca le guerre per "liberare" popolazioni, con l'effetto di massacrarle mentre i media additano il cattivissimo Hitler di turno.  Chi ha fede non ha da temere. La Provvidenza provvede. I Moloch deperiscono e cadono. L'importante è pregare e non farsi sedurre dalle sirene della comunicazione con le loro questioni "urgenti".

Fede! E' questione di fede non di altro


Pregate il Signore della messe perché mandi operai nella sua messe (Lc 10,2). Sempre c'è bisogno di apostoli, di persone che con la loro vita testimonino la verità e il calore della fede. Come dice Gesù occorre pregare, e poi guardarsi dalle insidie del sociologismo che narcotizza lo slancio apostolico. I giovani non credono, la cultura attuale non lascia spazio alla fede, la pornografia e la droga addormentano le coscienze... Balle. Queste sono le conseguenze della mancanza di fede non la causa. Come hanno fatto i santi? Non avevano fiducia nelle loro capacità ma hanno alzato la vela della loro barchetta e si son lasciati pilotare dallo Spirito Santo. Nel cristianesimo l'umiltà convive  con i grandi desideri. I cristiani dicono di sì a Gesù: sia attraverso la vita ordinaria sia con una vocazione specifica, accettano di donare se stessi, confidano nella Provvidenza e diventano trascinanti. I santi sono stati dei contemplativi che hanno tirato fuori, grazie alla fede, la capacità imprenditoriale. I giovani non ascoltano? Non ascoltano gli apostoli tiepidi. Appena spunta un predicatore che ha fede le chiese diventano insufficienti. "Fede! E' questione di fede, non di altro!" mi disse San Josemaría Escrivá l'ultima volta che l'ho visto. Se un cristiano antepone le preoccupazioni personali alla sua testimonianza apostolica diventa inefficace. Lo si vede dai suoi frutti. Il cristiano è un fuoco d'amore che riscalda attorno a se'. Se brucia come il sole riscalda tutta la terra. Come Gesù.

giovedì 2 marzo 2017

Napoli città simbolo


Da tanti punti di vista Napoli è una città simbolo. Qui si vede la differenza fra la realtà rappresentata dai telegiornali e quella autentica. E’ innegabile che ci sia la camorra come c’è la malavita a Milano, New York e a Hong Kong. E’ innegabile che ci siano problemi sociali, ma non si parla mai nei media delle innumerevoli sorprese che la città ti offre. Ad esempio nel modo di mangiare: andate nel ristorante di Fofò Mattozzi vicino a piazza Borsa. Gli alimenti semplici sono preparati in modo delizioso: i friarielli, la scarola, la pizza, il carciofo “arrostuto”, i fiori di zucca fritti, il calzone classico. Oppure si va a visitare la fabbrica di cioccolato di Gay Odin: un profumo inebriante, artigiani abilissimi che preparano il cioccolato foresta, le praline con ciliegia al liquore, le finte noci ripiene di crema di cioccolato, le enormi uova di Pasqua decorate. E che dire dei babà di Scaturchio a due passi dal Cristo velato? Oppure delle meraviglie di Kiton dove 800 artigiani abilissimi guidati da Ciro Paone preparano abiti con stoffe morbidissime per sceicchi sbarcati apposta dagli elicotteri? Usano solo disegni, forbici, aghi e le classiche macchine da cucire: nient’altro. I miei amici romani quando devono farsi analisi mediche approfondite vanno a Napoli dove occhi e mani esperte usano macchinari d’avanguardia grazie al genio di Marco Salvatore, mecenate della cultura napoletana col suo “Sabato delle idee”. E poi i napoletani sono spiritosi e acuti. Vedi Napoli e poi …vivi.


mercoledì 1 marzo 2017

C'era una volta Studio Uno


C’era una volta Studio Uno. E’ il nome di un fortunato programma andato in onda su RaiUno giorni fa. La sceneggiatura era accurata e intelligente: seguiva la storia di tre ragazze che inseguono i loro sogni nella televisione nazionale dei primi anni ’60. Un ingrediente fondamentale è senz’altro la nostalgia. Le Kessler, il Dadaumpa, Mina giovane… musiche e immagini evocative di anni giovanili. Ma c’era qualcosa in più: il programma ricordava un'Italia con voglia di vivere e crescere. Dietro le quinte aleggiava il personaggio di Bernabei che aveva idee precise su come dovesse essere il servizio pubblico. Bisognava mandare a letto gli italiani contenti e fiduciosi (e il pensiero vola al messaggio opposto di tanta tv odierna). I programmi dovevano essere di alta qualità. Le Kessler non erano delle bellocce: erano professioniste di classe provenienti dai migliori teatri d’Europa, così come gli altri protagonisti di quello spettacolo. La trasmissione finiva relativamente presto: l’indomani occorreva svegliarsi in tempo per andare a lavorare. Non si tratta di mera nostalgia: è il ricordo di un Paese governato da persone che avevano in mente il bene comune. Erano quasi tutti cattolici praticanti. Gente di messa quotidiana e di cultura aperta allo spirito del tempo. Kennedy disse a Fanfani che aveva studiato su un suo libro. Si parlò di miracolo economico ma non era un miracolo: era l’evoluzione di un Paese che lavorava sodo, guidato da una classe dirigente capace e onesta. Ricordo e prego.


mercoledì 22 febbraio 2017

Ogni tanto qualcuno mi chiede perché parlo sempre bene di Costanza Miriano. Se si legge quest'articolo si capisce perché:


Quel matrimonio che ci salva dal vuoto

di Costanza Miriano
Sono giorni, mesi ormai, che leggo di possibili interpretazioni di Amoris Laetitia, e che provo sollievo per non essere un vescovo o un sacerdote, chiamato a misurarsi concretamente con quel testo, come ha provato a fare per ultimo il cardinal Coccopalmerio, pubblicando un libretto sul controverso capitolo VIII. Non mi aggiungerò io, che non ho nessun titolo per commentare le parole del Papa. Però, questo posso dirlo, a me sembra che quasi mai le discussioni che ho letto sul tema centrino il punto, il cuore vero della questione. Ecco due o tre cose che ho capito del matrimonio, e che secondo me si stanno dimenticando nel dibattito.
Il matrimonio in Cristo assomiglia solo esteriormente al vincolo umano, eventualmente anche legale, tra un uomo e una donna. Per noi il matrimonio non è un’istituzione, né un valore, ma una vocazione, cioè una via per la santità. Il matrimonio cristiano ha sì una base umana – l’attrazione tra i due sessi, la necessità di dare stabilità affettiva ed economica agli eventuali figli – ma la somiglianza è solo pallida. Il matrimonio cristiano è fatto di una sostanza diversa. È un mistero grande, come lo definisce san Paolo, figura del matrimonio tra Cristo e la Chiesa, cioè fra Gesù e noi. Potrebbe mai Cristo divorziare da noi? Chi ci separerà? Quando chiedono a Gesù, se c’è la possibilità di ripudio, cioè di divorzio, e lui esclude in ogni caso, senza nessuna eccezione, i discepoli esclamano:  «Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi». Egli rispose loro: «Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso.
L’amore a cui sono chiamati gli sposi cristiani è quindi qualcosa di misterioso, che non tutti possono capire, e che non dobbiamo affrettarci ad assimilare a quello del mondo, anzi, al contrario, che dobbiamo continuare ad annunciare come una profezia. È un amore fatto dell’amore di Dio, unico garante del nostro possibile, non scontato “per sempre”. Il cuore umano infatti è ingannevole, traditore, malcerto, volubile. È ferito dal peccato originale, e non è capace di amare come è chiesto nel matrimonio, se intendiamo amare davvero, quindi volere il vero bene dell’altro, non cercare né di manipolare (noi donne), né di dominare (gli uomini), non volerlo possedere; il nostro cuore non è capace di amare la libertà e il destino dell’altro, il suo compimento vero. Il cuore umano va tenuto dunque sotto sette catene – diceva sant’Escrivà –  perché è capace di bene ma anche di tanto male, e senza la grazia non può amare davvero – senza lo Spirito Santo “nulla è nell’uomo, nulla senza colpa”.
L’amore in un matrimonio inizia spesso con una base quasi solo umana, anche tra gli sposi cristiani, anche tra quelli che sono consapevoli e acconsentono a ciò che stanno facendo, poi nel cammino di santificazione a cui tutti siamo chiamati diventa un amore in cui sempre più agisce Dio, se gli si dà spazio. Così, con un lavoro artigianale e metodico e graduale, si realizza l’essere a immagine e somiglianza di Dio, notizia bomba – siamo a immagine e somiglianza dell’Onnipotente – che non a caso nella Genesi viene annunciata proprio quando si dice che l’uomo è maschio e femmina. Dunque siamo simili a Dio non per l’intelligenza, la volontà o la coscienza, ma in quanto maschio e femmina. È questa la dinamica, tra uomo e donna e con loro l’amore di Dio, che ci fa funzionare in tre, come la Trinità. Viviamo tutti da sposi (anche i consacrati) con Dio, viviamo in una tensione verso l’altro, segnaposto del totalmente Altro. Non sono parole, è il vissuto di ogni giorno che tantissimi coniugi sperimentano nella loro storia, mano a mano che passano gli anni, i decenni. Certo, ci si può anche aggiustare per convivere decentemente, senza diventare mai uno. Oppure, con la grazia, si può imparare a volersi sempre più bene, perdonarsi, a conoscersi, a tifare per l’altro, non perché ci assecondi ma perché sia felice. Si diventa sempre più compagni nel cammino di conversione, e l’altro è per noi insieme la croce e lo sposo, è il migliore alleato, ma anche il nemico in certi momenti, perché ci fa inciampare sui nostri difetti e ci costringe in qualche modo alla conversione. La sposa, e lo sposo, hanno per l’altro il volto di Dio, perciò non puoi dire di amare Dio, di essere cristiano, se non ami prima di tutto il marito, la moglie, che sono il prossimo, il primo povero di cui prenderti cura, insieme agli eventuali figli. Il “noi” è il primo fine di un matrimonio, prima ancora della prole: è tendere verso una sola carne, che è il cammino di una vita intera, e, da questa unione che non è affatto naturale, trarre le forze per un amore che si allarga più possibile verso i bisogni prossimi e poi anche i meno prossimi. È un amore, questo, possibile solo con l’aiuto della grazia, e quindi con la preghiera e i sacramenti, prima di tutto l’eucaristia, che nutre questo cammino di conversione. È un amore non esentato da stanchezze, tentazioni, dubbi, distrazioni, è un amore per cui si combatte da quando ci si sveglia a quando si va a dormire, prima di tutto contro il nemico che ci ha feriti da dentro, il peccato originale, che ci rende pesanti, egoisti, inaffidabili e tutte le cose che sappiamo. È un amore che non ha niente a che vedere con i valori, le istituzioni, le apparenze. È un amore la cui materia prima è Cristo: Cristo solo basta, Cristo solo è al centro, perché “senza di me non potete far nulla”. Questo è quello che ci insegna nostra Madre, la Chiesa, questo è quello a cui dovremmo prestare il consenso quando ci sposiamo davanti a Dio.
A me non importa molto se fanno o non fanno la comunione i divorziati risposati, come dicevo all’inizio la cosa non riguarda me, grazie a Dio non sono io quella chiamata a decidere su una cosa così seria, grave. Siamo già talmente in pochi a desiderare i sacramenti (avete presente la desolazione delle messe, soprattutto feriali? Io tutta questa folla che agogna ai sacramenti davvero non la vedo) che se il popolo non si assottiglia ulteriormente non posso che gioirne. A me importa che la Chiesa continui però ad annunciare queste verità sul matrimonio, sulle quali ho scommesso tutto, che continui ad annunciare il primato di Dio, la vita secondo il battesimo come più preziosa, infinitamente più preziosa della vita della carne (sennò per cosa sono morti i nostri martiri?). Mi importa che la Chiesa continui ad annunciare il primato di Dio sulla ragionevolezza delle scelte, sui buoni sentimenti, sui valori. Mi importa che continui a dirmi che il Corpo di Cristo è più importante di una moglie che ha tradito, di un marito paralizzato o che beve, è più importante di ogni cosa. E non vale prendere a titolo di esempio un caso molto particolare (che è poi la tecnica che hanno usato sempre i movimenti radicali per far passare nel sentire comune le peggiori aberrazioni come quella dell’aborto) e farlo diventare la norma; è molto pericoloso, e non è indice di vera preoccupazione per le anime. Per questo ripropongo un esempio che secondo me funziona: se la mia pediatra dice a me, nel suo studio, che uno dei miei quattro figli non va vaccinato perché soffre di un particolare disturbo fa il suo dovere. Tre ne vaccino di routine, quello lo tengo d’occhio con particolare cura, lo sorveglio più degli altri. Se invece il ministro della sanità annuncia in tv e sui giornali che vaccinare va bene, ma in alcuni casi particolari è meglio di no, è sicuro che ci saranno schiere di bambini che non verranno vaccinati per paura, e il rischio di epidemia sarà altissimo.
Non mi piace scendere nei particolari, perché credo che noi fedeli dobbiamo solo continuare a tenere lo sguardo ben fisso verso la meta, il matrimonio come via alla santificazione, e non metterci a discettare di storie individuali, che solo chi ha il munus sacerdotale può giudicare. In generale però io so che già prima di Amoris Laetitia in alcuni casi particolarissimi le persone che facevano cammini molto seri di discernimento avevano il permesso del vescovo di accedere alla comunione (ma casi rarissimi tra le migliaia di storie che ho ascoltato). In quel modo l’effetto epidemia era scongiurato. I casi erano rarissimi anche perché, siamo onesti una volta tanto, io di persone che fanno un cammino di fede serio, e vivono nell’enorme dolore di non potersi unire anche fisicamente al corpo di Cristo, persone che non si accontentano di andare a messa, di pregare il rosario, di unirsi alla preghiera liturgica della Chiesa e di fare la comunione spirituale, persone che piangono calde lacrime per non poter fare la comunione non ne conosco neanche una, e tanti sacerdoti me lo confermano: dopo 25 o più anni di sacerdozio stanno ancora aspettando di incontrarlo, questo fedele adultero, sinceramente pentito, che chiede accoglienza, discernimento, accompagnamento in un cammino penitenziale. Ci sono persone meravigliose in questa condizione, che siedono tranquillamente in fondo alla chiesa al momento della eucaristia, e che mi precederanno certo nel regno dei cieli. Mentre ne conosco diverse che pur di non rinunciare a questo dono che da solo vale più del cielo e della terra hanno rinunciato ad avere rapporti sessuali con i nuovi compagni, o hanno rinunciato a compagni tout court. Pensando ai primi, cioè a persone che hanno convissuto anni senza fare l’amore, ho trovato parecchio fastidiosa l’espressione di Coccopalmerio: «qualora l’impegno di vivere “come fratello e sorella” si riveli possibile senza difficoltà per il rapporto di coppia, i due conviventi lo accettino volentieri». Se invece tale impegno «determini difficoltà, i due conviventi sembrano di per sé non obbligati, perché un soggetto “si può trovare in condizioni concrete che non gli permettano di agire diversamente e di prendere altre decisioni senza una nuova colpa”».
Intanto, non credo che ci sia mai una costrizione a vivere la sessualità, “condizioni concrete che non permettano di agire diversamente”, perché non siamo bestie, e se crediamo che in gioco c’è la vita eterna la prospettiva della castità è accettabile (come lo è per i consacrati). Ho poi pensato alla fatica che hanno fatto alcune persone che conosco, e fino alla morte: non può esserci qualcuno che, abbandonato come la mia amica, trovi un altro compagno, lo ami seriamente, e ci viva castamente fino alla morte “senza difficoltà”. È ovvio che ha fatto un fatica tremenda, e considero la sua una forma di martirio, che sì, non è chiesto a tutti, ma che la Chiesa deve continuare a indicare come misura della vita cristiana. Seguire Cristo vuol dire perdere qualcosa, perdere la propria vita dice lui stesso, e non è una ciliegina messa sopra la torta della vita. Allora, un conto è perdonare le cadute (la pediatra che dice che un figlio non si vaccina per una ragione speciale), un conto è smettere di indicare la meta (dire sui giornali che in certi casi se proprio si fa troppa fatica ad andare all’ambulatorio ci si può anche non vaccinare).
Il giudizio dunque va lasciato ai pastori nei confessionali, nei casi limite, come già prevedeva la Familiaris Consortio. Ma noi dobbiamo preoccuparci anche della maggioranza della gente che divorzia o non si sposa. Ora, io stento a credere che ci si separi quando si è intrapreso un cammino di conversione serio, prima di sposarsi. Probabilmente se ci si lascia, è perché uno dei due almeno, spesso entrambi, non erano in questo cammino. Siamo dunque nel caso della nullità, che è tutta un’altra storia. In questo la Chiesa non è priva di responsabilità, la preparazione è spesso poco chiara ed esigente, non si parla mai di castità, di metodi naturali, non si parla della verità sul matrimonio, non si parla di croce, che è la chiamata prima di ogni cristiano, che è la materia prima di ogni matrimonio. È giustissimo quindi rendere più snelli i procedimenti per dichiarare nulle, cioè mai esistite, le unioni. Secondo me a occhio e croce sono la maggioranza quelle in cui non c’era la piena consapevolezza. Magari buona volontà, sì, ma nessuna catechesi ricevuta, nessuna verità annunciata, nessuna preghiera alimentata per chiedere la vita secondo il battesimo, che è l’unica possibilità perché un matrimonio sia vero e pieno e indissolubile.
Non è quindi certo la cosiddetta misericordia che mi disturba, a leggere certe interpretazioni di AL: solo vorrei ricordare che l’unico segno di misericordia non può essere l’eucaristia, che non è un pasto dal quale si esclude qualcuno, ma il sacramento di un’alleanza che nel caso di un matrimonio tradito si è oggettivamente spezzata. È importante che le coppie ferite si sentano davvero accolte nella comunità, che partecipino a tutto, compresa la comunione spirituale, e non credo che sia necessario fare per forza la comunione per sentirsi guardati con amore infinito da Dio. La misericordia, quella spero che sia sovrabbondante le nostre strette misure, perché ho così tante cose da farmi perdonare anche io. Solo, ho bisogno della conferma della Chiesa, unica garante che tutto quello in cui credo non sia un parto della mia fantasia.
Ma cosa è il perdono? Non è che Dio si è offeso perché gli abbiamo fatto un dispetto. Il peccato è sbagliare mira, fare una cosa cattiva prima di tutto per noi, per la nostra vita. Io non è che dico a mio figlio: se ti butti dalla finestra ti perdono. Io gli dico: se ti avvicini alla finestra ti meno! È ovvio che se poi si butta dalla finestra corro a riacchiapparlo e lo curo e lo perdono mille volte e muoio con lui se muore. I comandamenti, le regole, sono il parapetto, sono la custodia, sono la salvezza, sono giubbotti di salvataggio benedetti mille volte che ci impediscono di affogare. Il perdono di Dio è un amore tenerissimo e sanguinante di un cuore di padre e di madre che ci vede lanciarci dalla finestra e rispetta la nostra libertà ma soffre per noi più di noi stessi. Quello che fa Dio con chi si è buttato è raccogliere, chinarsi sulle ferite, medicare. Ma nel segreto, in un rapporto dolcissimo da cuore a cuore, come una mamma che prende il suo bambino che fa i capricci e se lo porta in camera e lo consola. Ma davanti agli altri figli continua a dire “se ti butti dalla finestra ti meno”. Deve farlo, per custodirli! Noi dobbiamo custodire i cuori degli sposi che verranno, di quelli che non sono ancora nati oggi, a loro dobbiamo pensare quando annunciamo la verità del matrimonio.
Io vedo in questa costante preoccupazione del Papa per le famiglie ferite il desiderio di continuare ad annunciare la maternità di Dio. Ma vedo anche il rischio altissimo che il mondo non lo capisca e non tragga giovamento da questo annuncio, anzi, perché il tempo in cui la gente si sentiva costretta e soffocata dalle leggi e dai comandi è finita da un pezzo, almeno in Occidente. Io al contrario vedo vite disperate e disorientate, vedo gente che senza saperlo queste leggi le desidera, annaspa alla ricerca affannosa di appigli certi a cui aggrapparsi, di “libretti di istruzioni” – questo sono i comandamenti – attraverso cui leggere cuori impazziti per la troppa malintesa libertà, vedo generazioni senza padri, vite giocate male, buttate, vite di donne che troppo tardi si sono aperte alla vita, vite di uomini che troppo tardi hanno capito che sarebbe stato meglio obbedire a Qualcuno, perché la nostra voce non è l’unica fonte di informazione affidabile sulla realtà. Mi guardo intorno e vedo ovunque lapidi, una Spoon River di gente che aveva tutto per essere felice e non lo è stata, bambini che sono stati uccisi nel grembo o traditi dai genitori da piccoli, persone vittime dei propri desideri o della propria incapacità di scegliere. Persone che hanno bisogno sì di essere perdonate, ma anche aiutate a discernere, ad alzare lo sguardo, a crescere, a lasciare le piccole misere nevrosi del benessere, a capire che se non perdi la tua vita sarai un fallito per sempre. Amato, sì certo, perdonato, ma che ha sprecato tutta la sua capacità di amare perché non ha avuto un padre che gli insegnasse a morire.

pubblicato in versione ridotta su La Verità del 18 febbraio 2017

martedì 21 febbraio 2017

Per chi fosse a Napoli alla ricerca di idee...

Prossimo incontro - Il Sabato delle Idee
Sabato 25 febbraio 2017 ore 10:00

PERCHE' ABBIAMO BISOGNO DI DIO?
Napoli, alla ricerca di una religione a dimensione umana al tempo di Francesco

Sala degli Angeli, Università degli Studi Suor Orsola Benincasa
Via Suor Orsola, 10 - Napoli

La vita e la morte, il peccato e la grazia, la miseria umana ed il perdono, la disperazione e la conversione, il dialogo con chi crede e con chi non crede. La Chiesa di Francesco coinvolge, interroga, affascina, divide. Come tenere insieme Vangelo e dottrina con gli interrogativi, le paure, i drammi dell'uomo contemporaneo? Com'è possibile alimentare il dialogo con chi è lontano da una dimensione religiosa e con chi crede invece nell'Assoluto, nel nome dell'uomo, del suo progresso, del suo futuro? Dalla Napoli dei grandi santi e dei grandi laici è possibile dar vita ad un nuovo umanesimo?

SALUTI
Lucio d’Alessandro
Rettore dell’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa
Gaetano Manfredi
Rettore dell'Università degli Studi di Napoli Federico II
Marco Salvatore
Fondatore de “Il Sabato delle Idee”

COORDINA
Massimo Milone
Direttore Rai Vaticano

INTERVENGONO
Giuseppe Corigliano
Scrittore e giornalista
Lucio De Giovanni
Direttore Dipartimento Giurisprudenza - Università Federico II
Domenico Marafioti
Preside della Pontificia Facoltà Teologica Italia Meridionale
Aldo Masullo
Emerito di Filosofia Morale - Università Federico II di Napoli
Eugenio Mazzarella
Professore di filosofia teoretica - Università Federico II
Susanna Tamaro
Scrittrice

sabato 18 febbraio 2017

La più grande ingiustizia...


La più grande ingiustizia sociale è non parlare di Dio. Una frase che sembra un paradosso. Ma come! Con i problemi della fame nel mondo, con le atrocità tuttora commesse in Africa e in Medio Oriente, con la crisi economica nell’Europa meridionale, c’è chi sostiene che il peggior male sia il non parlare di un argomento astratto come quello che riguarda Dio… Ebbene basta guardare un po’ alla storia per accorgersi che l’autore della frase, San Josemaría Escrivá,  aveva ragione. Prima del cristianesimo vigeva la legge del più forte. La cosiddetta Pax Romana si reggeva sul potere della spada e prosperava grazie alla schiavitù. Dopo la resurrezione di Gesù i discepoli, oltre ad evangelizzare, immediatamente organizzarono un servizio di assistenza per le vedove, gli orfani e i poveri, basta leggere gli Atti degli Apostoli. I primi ospedali al mondo nascono fin dall’epoca dei Padri della Chiesa nei primi secoli dopo Cristo. Dai monasteri benedettini rinasce la medicina, l’ordine sociale, la farmacia, le scienze e la cultura. Le prime università sono opera dei domenicani e dei francescani. San Camillo de Lellis organizza nel 500 ospedali modello dove il malato viene trattato come se fosse Gesù; San Vincenzo de’ Paoli poco dopo mette su un’organizzazione in Francia che provvede con continuità ai bisogni essenziali di orfani, carcerati, feriti in guerra, poveri, e così via. Ci vorrebbe un’enciclopedia per esaurire l’argomento. Quando c’è la fede in Gesù fiorisce la carità e la civiltà.

giovedì 9 febbraio 2017

Un effetto positivo della crisi


Gli effetti della crisi si vedono e si sentono ovunque. E’ una situazione in cui molte persone vivono un’angoscia sconosciuta prima. Un mio amico cinquantenne, un ragazzone palestrato di gran bontà, ha perso un ottimo posto di lavoro e ora vive momenti drammatici. Ciò non ostante un aspetto positivo della crisi c’è. I giovani, almeno quelli che conosco, hanno lasciato da parte ogni velleità contestativa e invece sono desiderosi d’imparare, di formarsi adeguatamente al lavoro e hanno in gran considerazione i consigli degli anziani. Una differenza abissale rispetto agli anni ’70 quando l’adulto andava contestato a priori e il giovane si illudeva di costruire un mondo nuovo a misura della sua fantasia. Ora no. Conosco molti ragazzi che stanno attenti all’euro da spendere, che alternano gli studi ad un lavoro umile e non si sognano di perdere un esame all’università. Oggi proprio ho pranzato con un universitario della costiera sorrentina che il sabato va ad infornare le pizze: 500 ogni volta per un pugno di euro. E’ in ordine con gli esami d’ingegneria, suona il sassofono ed è di una simpatia travolgente. Da quelle parti una pizza costa due euro e mezzo, massimo tre euro, più un euro di coperto. Sono venuto via da quest’incontro non solo con una maggiore cognizione su come si gira la pizza nel forno a legna, ma consapevole che questo ragazzo non si farà vuote illusioni sulla vita ma che saprà cavarsela ovunque, con la capacità di comprendere e andare incontro a chi si trova in difficoltà.

mercoledì 1 febbraio 2017

Esperienze napoletane


Napoli continua a sorprendermi. Ritorno ormai spesso nella città che ho lasciato 47 anni fa. Continue emozioni sorgono ad ogni occasione dando l’impressione di un patrimonio umano inesauribile. Ieri sono andato a incontrare al Caffè Gambrinus Maurizio De Giovanni, il celebre autore di romanzi gialli pieni di umanità: il protagonista di una serie è il commissario Ricciardi che opera nella Napoli degli anni 30. Troviamo un tavolo con un elegante prenotazione per il commissario Ricciardi in persona: un cortese omaggio dei proprietari all’amico Maurizio che alla fine pagherà (con sconto) lasciando 5 “sospesi”. Il caffè sospeso è un’invenzione napoletana che consente a chi non ha denaro di prendere un caffè gratis. Sarà… ma mi commuove questa città che considera il suo buon caffè un diritto umano inalienabile. Mentre parliamo, un anziano signore suona al pianoforte musiche napoletane nel fondo del locale. Alla fine andiamo a salutarlo e scopriamo che è un famoso giornalista sportivo che non legge la musica ma ha un orecchio che gli consente di esprimere col piano ciò che sente dentro. Viene a suonare “per sfizio” nel locale, quando gli va. Maurizio sta avendo un gran successo, ora anche in tv con la serie di Pizzofalcone tratta dai suoi gialli, ma non perde la semplicità e la simpatia: si dichiara disponibile a collaborare con le iniziative sociali che gli propongo e alla fine ci fotografano col cartellino del commissario Ricciardi. Le sfogliatelle sono deliziose. Viva Napoli!


venerdì 27 gennaio 2017

Dio non è un accessorio


Dio non è un accessorio. La telecamera posteriore dell’auto per le marcia indietro è un accessorio ma Dio non è un optional. Non è sensato pensare a Dio saltuariamente e in casi specifici. E’ noto che in un aereo che cade non ci sono atei… e neppure durante un terremoto. In quelle circostanze tutti pregano. Che senso ha rivolgersi a Dio soltanto allora? In fondo la nostra vita ha molto in comune con un aereo che cadrà e con un destino traballante. Allora perché mi devo narcotizzare con false sicurezze? Un motivo c’è. Io vorrei bastare a me stesso, vorrei essere artefice di tutto ciò che mi accade, ma non è così. Gli inconvenienti e le difficoltà della vita portano un messaggio positivo: mi dicono che io sono una creatura che ha bisogno del creatore.
Dio ha voluto prender posto fra di noi con Gesù che nasce nelle maggiori difficoltà possibili: un parto fuori casa, in condizioni precarie. Subito dopo una fuga, e poi non ha avuto dove posare il capo… e infine è morto sulla croce. Più contrarietà di così… Ma stranamente seguendo Lui sarò felice. Lui mi ha aperto la strada per vivere con umiltà. Quasi certamente patirò meno di Lui, anzi la mia vita sarà piena di gioia perché redenzione significa un rapporto vero, cordiale, umano con Dio e con gli altri, con l’umorismo di saper sorridere sui miei limiti. La Provvidenza provvede e, dopo la difficoltà, spunta il sole. Il rapporto con Dio è la cosa più sensata che io possa fare. Dopo la morte viene la resurrezione. Dio non è un accessorio.

sabato 21 gennaio 2017

Vivere con la Trinità


Fin da piccolo mi hanno spiegato che il dogma della Santissima Trinità è un mistero insondabile. Sappiamo solo qualcosa, dedotta dalla predicazione di Gesù: Gesù è Dio, si rivolge a suo Padre Onnipotente e promette il Consolatore, lo Spirito Santo che ci farà comprendere ogni cosa. Grande è stata la speculazione teologica su questo tema che ha visto impegnati i primi concili ecumenici. Per quanto riguarda il mio rapporto con Dio ciò che è stato rivelato basta per la mia preghiera. So che Dio Padre è onnipotente e mi rivolgo a Lui quando ho bisogno della Sua potenza. So che i meriti di Gesù sono sovrabbondanti e perciò prego con La Chiesa: "per Gesù Cristo nostro Signore". Metto davanti al Padre i meriti di Gesù e non i miei (casomai ci fossero), sapendo che è la migliore strada per pregare correttamente. Chiedo lumi allo Spirito Santo tutte le volte, e sono molte, che sento il bisogno di capire cosa devo fare. In più c'è la sposa dello Spirito Santo, Maria, figlia di Dio Padre e madre di Dio Figlio che è l'onnipotenza supplicante. Colei che è piena di Spirito Santo mi illumina ed è Lei stessa la madre a cui ricorrere. Mi pare, in conclusione, che della Trinità so abbastanza per avere un rapporto vivo con Dio e sentirmi in missione per conto Suo. "Come il Padre ha mandato me così io mando voi" ha detto Gesù. Sono concetti fondamentali: mi aiuta molto tornarvi sopra e fermarmi su di essi. Sono figlio di Dio Padre, fratello di Gesù, contenitore dello Spirito Santo e protetto da Maria. E' tanto...

martedì 17 gennaio 2017

La Cestistica Napoli


Cestistica Napoli

I napoletani sono sempre sorprendenti. Ne ho avuto la riprova domenica scorsa 15 gennaio quando sono andato a trovare Nello Lanzuise che, assieme al cognato Luigi De Rosa, ha dato vita alla Cestistica Napoli la società sportiva di pallacanestro che si allena in un locale pittoresco di Piscinola accanto al quartiere di Scampìa e di Chiaiano. Solo alcune impressioni perché questa avventura sportiva e formativa ha già una lunga storia e non sono in grado di raccontarla tutta. La simpatia di Nello e la sua famiglia, l'impegno del cognato allenatore con relativa famiglia e figli giocatori, t'impressionano quanto la vitalità e l'entusiasmo dei ragazzi che nel cuore hanno il Vesuvio, un calore e una spontaneità esplosiva. Siamo arrivati mentre la squadra dei tredicenni (ci sono squadre per ogni fascia d'età) era impegnata in una partita che avrebbe definito il vertice del campionato del settore. Momenti finali col fiato sospeso e poi la vittoria. Meno male perché essere un ospite che non porta fortuna non è un buon inizio a Napoli (e non solo). La palestra fa parte di un complesso imponente del comune, mai messo in funzione. E' stata l'iniziativa di Nello e Luigi a pulire la palestra dalle erbacce e finanziare con i propri soldi la messa a norma. L'intenzione dei due "fondatori" è di dare ai ragazzi un'occasione d'impegno nobile e sano in una zona problematica. I rubinetti dell'acqua sono stati rubati, così come i ventilatori esterni dei condizionatori che i nostri amici avevano installato. Scoraggiarsi? No. Perché il loro cuore supera di gran lunga questi ostacoli.
Dopo la vittoria si festeggia per un giocatore che compie tredici anni, con pizza e Coca Cola... Quanto altro ci sarebbe da dire... ma questo è un anticipo per dare in futuro altre notizie di questa bella realtà che t'induce a pregare e impegnarsi. Un'ultima annotazione. I genitori dei ragazzi sono importanti più della scuola sportiva stessa. Perciò stanno dando vita ad attività formative per i grandi e già l'8 marzo in un importante cinema di Napoli ci sarà uno spettacolo sui linguaggi dell'amore matrimoniale interpretato dal grande Pierluigi Bartolomei...
Nelle foto: la squadra vittoriosa dei tredicenni, quella (anch'essa vittoriosa) dei quindicenni, e la foto di un nuovo tifoso.



venerdì 23 dicembre 2016

Su RaiUno dopo la S.Messa del Papa la notte di Natale...

Collaboro con Rai Vaticano e segnalo per la notte di Natale...

Comunicato Stampa

Il Giubileo di Francesco
Speciale Notte di Natale
Con Rai Vaticano Sabato 24 dicembre ore 23.30 su Rai Uno
dopo la messa del Papa

Dalla Siria con l’appello del Cardinale Zenari, alla Terrasanta con l’intervista al neo Amministratore Apostolico, l’Arcivescovo Pizzaballa; da Norcia e Amatrice, l’Italia terremotata senza chiese, alle periferie di Papa Francesco con il commento di Andrea Riccardi; dai presepi di San Pietro, con la barca opera di Malta, e di Napoli, città che ritrova l’antico complesso della Pietra Santa, al Natale dei Pontefici nella storia.

Nella notte di Natale l’appello per la pace dalla Siria martoriata dalla guerra. “La mia porpora porta già il sangue di tanta gente, il sangue di tanti bambini. La porpora  è il bel gesto del Papa per tutta la Siria. Dico fermatevi e cessate questa violenza. Non bombardate la speranza. La gente ormai rischia di non sperare più. Tocco con mano questa mancanza di futuro. Dopo sei anni di guerra civile e di bombardamenti c’è il rischio che la speranza rimanga sotto le macerie”, così il Card. Mario Zenari, Nunzio apostolico a Damasco, intervistato, nello Speciale di Rai Vaticano, “Il Giubileo di Francesco – Notte di Natale”, in onda su Rai Uno, il 24 dicembre ore 23.30 dopo la Messa di Papa Francesco, ambientato nella Sala dei Misteri dei Musei Vaticani.
Il Card. Zenari racconta a Massimo Milone, che cura il programma (con i servizi di Nicola Vicenti, Costanza Miriano, Stefano Girotti, Piero Marrazzo, Aldo Maria Valli e Filippo Di Giacomo), l’odissea di un popolo e della sua gente ma anche l’azione diplomatica e di solidarietà portate avanti dalla Chiesa. In Siria, tra l’altro, quattro ospedali, a Damasco e ad Aleppo, vivranno grazie, alla Fondazione AVSI che ha raccolto fondi e invierà esperti. Tra i primi a raccogliere l’appello, gli operatori sanitari del Fondazione Policlinico Gemelli. Nello Speciale parla il segretario generale AVSI Giampaolo Silvestri.
Lo Speciale racconta poi il Natale in Terrasanta con l’intervista all’Arcivescovo Pierbattista Pizzaballa, neo Amministratore Apostolico del Patriarcato di Gerusalemme dei Latini. “Parlare di misericordia, perdono, riconciliazione in Terrasanta è sempre molto difficile. Però il Giubileo della Misericordia ha ricordato almeno a noi cristiani che la prospettiva della misericordia e del perdono è imprescindibile da una visione di pace”, dice Pizzaballa.
L’itinerario delle periferie di Francesco tracciato poi dal Card. Luis Tagle e dallo storico Andrea Riccardi. “Gesù è nato in Asia – dice l’Arcivescovo di Manila – parlava come un asiatico. In questa parte dell’Asia aperta a tutto il mondo. Però il mistero è che dove il Signore è nato, la Chiesa, rimane un piccolo gregge. Ma c’è futuro anche in un piccolo gruppo”. Mentre per Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, “Gesù dopo la nascita ha dovuto fuggire con suo padre e sua madre in Egitto, come un perseguitato politico e religioso. Come oggi Betlemme è il luogo della fragilità e della transitorietà”.
Riflettori, nello Speciale accesi sull’Italia terremotata “senza chiese” di Norcia e Amatrice, dove parlano religiosi, istituzioni e cittadini. Dice il Vescovo di Norcia Renato Boccardo: “mentre tutti gli edifici sono crollati o hanno subito danni è bello pensare che la statua di San Benedetto al centro di Norcia non si è mossa di un millimetro. Da questa certezza, da questa fede, dobbiamo ripartire”.
E ancora nello Speciale il presepe realizzato a Malta che, in Piazza San Pietro, vede accanto alla Grotta la barca dei migranti, simbolo di naufragi ma anche di salvezza e quello della tradizione che, nei vicoli della Napoli greco-romana, ospita l’effigie di Papa Francesco. Con la città che riapre un gioiello di storia e cultura come il complesso della Pietrasanta. Infine una rassegna del Natale dei Papi, da Leone Magno a Papa Francesco.
Lo speciale è stato ambientato nella suggestiva cornice della Sala dei Misteri, appartamento Borgia dei Musei Vaticani, dove, tra l’altro, è affrescata la Natività del Pinturicchio

Il programma “Il Giubileo di Francesco – Notte di Natale”, a cura di Massimo Milone, di Nicola Vicenti e Costanza Miriano, la consulenza di Giuseppe Corigliano, le musiche originali di Giovanni Scapecchi, la collaborazione di Filippo Di Giacomo, va in replica domenica 25 dicembre alle ore 12.30, su Rai Storia e per l’estero, sempre domenica, su Rai Italia. Edizione Pier Luigi Lodi, Produttore esecutivo Milvia Licari.

giovedì 22 dicembre 2016

Grazie per don Javier


Quanti motivi di ringraziamento per quest'anno! Il primo è  per il dono del Giubileo. Papa Francesco ci ha avviato verso una maggiore sensibilità per i bisogni altrui e ci ha segnato la strada per una maggiore attenzione per ciascuna persona che incontriamo, come Gesù.
Ci sono stati due distacchi dalla vita terrena che hanno segnato con dolore l'ultimo periodo dell'anno. Ettore Bernabei e Monsignor Javier Echevarría sono andati a godere del volto di Dio così cercato su questa terra. Di Bernabei ho già scritto su Tempi, ora vorrei esprimere il mio Te Deum per il dono della vita di don Javier, che chiamavamo Padre dal 1994.
Un'occhiata alla sua biografia ci dice molte cose. Nato nel '32 aderisce giovanissimo all'Opus Dei e diventa segretario di San Josemaría Escrivá dal 1953 fino alla sua morte nel 1975. Anni passati fin da giovane accanto a un santo, anzi a due santi perché l'altro "custode" del fondatore dell'Opus Dei era il beato Alvaro del Portillo. Dal 1975 in poi continua la sua vicinanza con don Alvaro fino al 1994 (quando don Alvaro muore) assumendo il titolo di vicario generale della Prelatura dell'Opus Dei. Dal 1994 viene confermato da Giovanni Paolo II come Prelato dell'Opera. La stretta unità con il Fondatore e il suo successore gli ha consentito di mantenere intatto, senza scosse, lo spirito fondazionale, fatto di fede, di amore alla Chiesa e al Papa e di spirito di famiglia che ha caratterizzato la guida dell'Opus Dei fin dai primi anni.
Con il transito al Cielo di don Javier si conclude così un periodo storico per l'Opera che lascia in eredità il desiderio di conservarne e attualizzarne lo spirito. Gli stessi tratti del carattere di don Javier testimoniano la continuità con i tratti fondazionali, anche nei piccoli particolari. Per esempio il costante buon umore. Nell'ultima lettera che ci ha scritto il primo dicembre di quest'anno il Padre riportava un brano tratto da un appunto di San Josemaría: "Conosco un asinello - parlava di se stesso - così mal ridotto che, se fosse stato a Betlemme accanto al bue, invece di adorare devotamente il Creatore, si sarebbe mangiato la paglia del presepe". Un senso dell'umorismo che don Javier ha conservato fino alla fine scherzando con coloro che lo accudivano.
Un altro tratto comune è la devozione alla Madonna di Guadalupe. Quando San Josemaría Escrivá nel 1970 si recò in pellegrinaggio in Messico pregò a lungo davanti all'immagine della Guadalupana. Più tardi, davanti a un quadro che rappresentava la Vergine che porgeva un fiore all'indio Juan Diego, disse:"mi piacerebbe morire così, con la Madonna che ti porge un fiore". San Josemaría morì improvvisamente davanti ad un quadro della Virgen de Guadalupe e la sua ultima frase fu rivolta a don Javier: "Javi, no me encuentro bien...". E' significativo che la Madonna abbia chiamato a sé don Javier il 12 dicembre, giorno della sua festa. Quasi a sigillo di questo ricordo, allego una foto che ritrae don Javier accanto a don Alvaro con una riproduzione della Guadalupana nello sfondo. Ero presente quando Edoardo Fornaciari scattò questa foto. Fu don Alvaro che volle don Javier accanto. Erano le necessarie fotografie ufficiali che si dovevano realizzare per uso interno ed esterno. Il sorriso dolce di don Alvaro esprime bene il clima che si viveva.
Un'altra caratteristica di don Javier era la memoria prodigiosa: un dono naturale alimentato dall'affetto reale verso le persone. Si ricordava di particolari dimenticati dallo stesso interessato. Nell'estate del '72 mi toccò in sorte di pranzare col Fondatore, don Alvaro e don Javier a Civenna. Abitavo a Milano da meno di due anni e San Josemaría mi chiese come mi trovassi in quella città. Sapevo che il Padre amava scherzare sui vari luoghi di provenienza e, siccome avevo apprezzato i dintorni di Milano dove i milanesi scappavano nel week end (dalle montagne alla Brianza), dissi: "Padre, il vantaggio di Milano è che appena ti sposti vai in un luogo migliore". Il Padre sorrise e la cosa finì lì. Dopo quasi 40 anni portai da don Javier un giornalista del Corriere e si parlò di Milano. A un certo punto don Javier disse, lasciandomi sbalordito: "Come dice l'ingegner Corigliano, il vantaggio di Milano è che appena ti sposti vai in un luogo migliore".
Chiarisco che tutti e tre i personaggi descritti hanno avuto sempre una grande considerazione per Milano e la sua Madonnina. Era tale l'affetto che il Padre riversava sulle persone che, quando uscimmo, il giornalista mi disse: "Oggi ho capito in poco tempo tanti aspetti dello spirito dell'Opera più di quanto avessi inteso da quando ci conosciamo...".
Concludo ricordando l'impegno quasi sportivo e grintoso con cui don Javier si dedicava a tutto ciò che riguardasse Dio. Una volta un prestigioso personaggio considerò che durante la recita del Rosario è facile distrarsi, don Javier simpaticamente e con slancio disse: "No, se si vuole, si può stare attenti...".


mercoledì 14 dicembre 2016

Che mondo sarebbe senza Napoli...


Ultimamente sto andando frequentemente a Napoli per lavoro. E' la mia città, lasciata tanti anni fa, che ha per me il fascino evocativo della giovinezza. La sua bellezza è sconvolgente. In mare e in cielo si dispiega una tavolozza celeste che fa risaltare la sagoma scura del Vesuvio, della penisola sorrentina e del profilo di Capri. Ma c'è qualcosa in più: è lo stile di vita degli abitanti che risulta soprendente. Le persone ti guardano negli occhi con un'espressione cordiale e penetrante. L'attitudine al sorriso e alla comicità ti coinvolgono in una continua commedia di De Filippo. Avverti che ciascuno è disponibile ad entrare in risonanza con ciò che porti nel cuore. Camminare per le strette strade del centro è una festa: dolci prorompenti e provocanti emergono dalle vetrine delle pasticcerie. Pizze, paste cresciute e fritture varie ti tentano ad ogni angolo. Perfino la superstizione diventa spiritosa: si vendono corni rossi "collaudati". I pastori dei presepi ti lasciano a bocca aperta. Ci sono anche i personaggi d'attualità, compreso "O traditore Higuain" (il calciatore passato alla Juventus). Nei bassi si assiste a scene di vita quotidiana esibita con naturalezza: si convive con tutti. La musica è ovunque, ti accompagna: senti voci che cantano con un'intonazione perfetta. Hai l'impressione che Gesù Bambino stia a suo agio fra la gente perché avverte una religiosità che sorge spontanea dal terreno della semplicità e dell'allegria, dal cuore disposto a capire, a condividere.


domenica 27 novembre 2016

Se vince il "Sì"


Non desidero dare indicazioni elettorali ma mi preoccupa un pericolo che viene ignorato dai media. Se vincerà il "Sì" chi impedirà alla Cirinnà e ai suoi seguaci di permettere l'utero in affitto, l'adozione di bambini da parte di coppie omosessuali, la teoria del gender nelle scuole elementari, il reato di omofobia (si potrà finire in carcere per aver letto passi della Bibbia ad alta voce), l'eutanasia, l'aborto fino all'ultimo giorno di gravidanza (come proposto dalla Clinton) e così via...? Chi lo impedirà quando in mano a queste persone ci sarà una "migliore governabilità"?
Le organizzazioni e le lobby internazionali telecomandano il nostro Paese. L'ambasciatore americano si dichiara pubblicamente a favore del Sì; il presidente Napolitano (che in passato militava nella corrente PCI più vicina agli ambienti laici internazionali) nomina senatore a vita Mario Monti, improvvisamente e per meriti sconosciuti, per poi imporlo come presidente del consiglio; Obama si congratula con Renzi il giorno dopo l'approvazione della legge sulle unioni civili ... episodi che fanno venire in mente la "colonizzazione ideologica" di cui parla il Papa. Perfino Edgar Morin sostiene che "la civiltà occidentale si presenta come la guarigione mentre porta in sè la malattia". Pensiamoci due volte prima di lasciar mano libera a chi obbedisce a ignoti burattinai. Cautela: fidiamoci di chi ha studiato, lavorato e ha rettitudine morale. Non basta essere brillanti in tv. E preghiamo per il nostro povero Paese.

sabato 19 novembre 2016

Oltre la dittatura ideologica


I giornalisti hanno sbagliato pronostico per le elezioni presidenziali USA. Si è chiarito che il mondo dell'informazione può perdere il contatto con la realtà: la presunta finestra sul reale può diventare un quadro immaginario che non corrisponde al vero. Ma il distacco dalla realtà del mondo dell'informazione (si può aggiungere anche quello del cinema e dell'intrattenimento tv) non è dovuto a un'accidentale pigrizia: è dovuto a un presupposto ideologico. Questi mondi sono impregnati di una visione dell'uomo rappresentato come un essere che si autodetermina. L'uomo può stabilire cosa è bene e cosa è male, chi è maschio e chi è femmina (o una delle catalogazioni intermedie), quando si può nascere e quando si deve morire. Un'ideologia che ricorda la scena dell'antico serpente: "sarete come Dio" (Gen 3,5). Il soggettivismo iniziato con Cartesio, l'empirismo inglese (per cui è lecito fare tutto ciò che abbiamo la possibilità di fare), il rifiuto del  Discorso della Montagna di Gesù, sono all'origine di questo pensiero che si impone come imperativo: si deve pensare così, altrimenti sei fuori e sarai perseguitato. Si spiega così il fallimento dei sondaggi elettorali: la gente aveva paura di dire che non votava per la candidata sostenuta dalla dittatura ideologica. Ma niente paura. Chi ha fede in Gesù ha sempre dovuto subire le avversità di forze contrarie. Lasciamo da parte il "dove andremo a finire". Devo solo pregare, comprendere, perdonare e aver fiducia che chi sa amare lascerà traccia.

venerdì 11 novembre 2016

Ricordo di Piero Turul

Non ci ha lasciati Piero Turul. Ieri, 10 novembre 2016, ha iniziato la sua tertulia in cielo con San Josemaría e tanti altri. Nella sua stanza non c'erano sue fotografie: c'erano, ben incorniciati, pezzi di carta con autografi di San Josemaría. Erano l'arredamento della sua anima. 

Era pieno di ricordi di nostro Padre (San Josemaría) e delle persone che aveva incontrato a Napoli, a Palermo e soprattutto in Svizzera. Una volta ho partecipato a 5 giorni di ritiro spirituale con la sua predicazione. Era così divertente (un episodio dietro l'altro) che a un certo punto mi sono chiesto se il ritiro valesse come tale.

La sua allegria e la sua fede erano una testimonianza vivente della sua donazione a Dio nello spirito dell'Opus Dei. Dopo un primo momento di mesta partecipazione alle sue sofferenze è sopraggiunta una gioia grande di saperlo immerso in Dio.
San Josemaría amava divegnare piccole papere perché sono animali che appena nati vengono buttati in acqua e imparano subito a nuotare. Piero (Perico è il diminutivo in spagnolo) ha nuotato benissimo laddove gli è stato richiesto...


giovedì 10 novembre 2016

Bernabei e il senso delle parole di Gesù


Ogni giorno, dopo la comunione, recito questa preghiera di mia composizione che non ha un valore ufficiale ma può servire a chi nutre riconoscenza e affetto verso Ettore Bernabei: "O Dio che concedesti a Ettore Bernabei doni di fede, generosità, saggezza, cultura e coraggio, Ti chiedo per sua intercessione di saper comprendere la Tua volontà nello scorrere degli avvenimenti privati e pubblici, e valutare giustamente lo svolgersi della storia umana intorno a me, tenendo presente il bene della Chiesa, della mia famiglia e del mio Paese. Degnati di glorificare il tuo figlio Ettore e di concedermi ciò che ti chiedo con la sua intercessione...". Sono più o meno tre mesi che non possiamo gioire per la presenza di Ettore su questa terra ma sento che mi assiste e mi suggerisce linee di condotta: confidare nella Provvidenza, comprendere, perdonare, coltivare grandi desideri. Conoscendolo si capiva il senso di alcune parabole di Gesù di non immediata comprensione. Il fattore accorto che provvede al suo futuro con le sostanze del padrone (Lc 16,1-13) e viene lodato perché bisogna apprendere dalla scaltrezza dei figli di questo mondo; la semplicità delle colombe unita all'astuzia dei serpenti (Mt. 10,16); l'invito a comprare una spada vendendo il mantello (Lc 22,36). Il Signore non vuole da me una fiducia nella Provvidenza da vispa Teresa ma un modo accorto di comprendere la Sua volontà, come faceva Maria che meditava gli avvenimenti nel suo cuore e Giuseppe che sapeva prendere l'iniziativa.