sabato 12 agosto 2017

Il messaggio dell'Ostia Santa

Nel rapporto con Dio le novità non mancano mai. Per esempio, pensavo di sapere abbastanza sull'Eucarestia e invece l'altro giorno ho come ritrovato una nuova consapevolezza durante la consacrazione nella Messa. "Guarda che io mi dono a te affinché tu diventi come Me. Anche tu sei un dono per gli altri, ti devi dar da mangiare. Tu rimani stupito davanti alla mia immolazione e al mio invito di mangiare la mia carne e il mio sangue: l'ostia bianca ti parla di dono di se'. Ebbene questo è il senso della tua vita: non c'è un minuto della tua esistenza che non sia impregnato del dono che tu fai di te stesso". Mi è parso chiaro ciò che sempre ho saputo ma era rimasto come velato. Un'altra cosa mi ha detto: "Vedi che tutto ciò che chiami civile si radica nel mio sacrificio, trae origine dalla Messa. La civiltà europea nasce dalla Messa. Le altre civiltà e religioni nella loro positività tendono a risolversi nel Dio Padre che dona il Figlio nello Spirito Santo. La tua vita, la vita di ogni abitante della terra, acquista il suo senso pieno quando s'identifica con la mia vita, via e verità". 
Mi è venuto in mente un apologo che San Josemaría raccontava ai giovani che lo frequentavano. Un cristiano spiega a un amico musulmano cosa è la Messa. Il musulmano rimane pensoso e dice:"Non ho capito...". Il cristiano risponde:"è logico, sono concetti nuovi per te". "No, no - replica il musulmano - è che non capisco perché voi cristiani avete la Messa e non ci andate ogni giorno...". In conclusione mi è rimasto chiaro che io credo di credere ma vedo in modo sbiadito. Sarà lo Spirito Santo a darmi maggiore consapevolezza, almeno quella che è consentita a me, nella speranza di veder chiaro nell'altra vita se mi sarà concesso.


mercoledì 2 agosto 2017

Noi non sappiamo pregare...

Noi non sappiamo pregare. Lo dice San Paolo quando scrive ai romani: "nemmeno sappiamo cosa sia conveniente domandare" (Rm 8,27). Per fortuna "lo Spirito viene in aiuto della nostra debolezza e... intercede per i credenti secondo i disegni di Dio". Meno male: sono stato educato nella mentalità di chi deve fare tutto da sè, ma nel rapporto con Dio quest'atteggiamento non funziona. Ci sono voluti anni per tentare di capire che è Dio che fa tutto. Se il senso della vita è l'identificazione con Gesù diventa chiaro che dipendo interamente dal Padre. Sembra quasi spassoso il racconto di San Marco: Gesù ha da poco scelto gli apostoli che lo seguono e condividono tutto con lui; di buon mattino, quando è ancora buio, Gesù esce e si mette a pregare in un luogo deserto. Pietro si sveglia, non vede il Signore e si mette alla ricerca assieme agli altri (Mc 1,36) finché lo trova. Mi colpisce quest'esigenza di Gesù di pregare: è una necessità della creatura per entrare in sintonia con Dio, una necessità avvertita anche da Gesù nel suo essere uomo.
Non sono io che opero questa comunicazione col Creatore ma è lo Spirito che viene in aiuto e intercede. Nella preghiera il mio compito è cercare di rimuovere dal mio cuore le cause di distrazione, ma chi agisce è lo Spirito Santo, il dolce ospite dell'anima. L'incontro tra la mia volontà e la volontà di Dio non è descrivibile con precisione ma mi è sempre più chiaro che il meglio che posso fare è ascoltare, tanto Lui sa già tutto. Diceva un santo sacerdote napoletano, don Dolindo Ruotolo, che la migliore preghiera è "Gesù, pensaci tu".

sabato 29 luglio 2017

L'attrattiva del Cristianesimo


Ridurre il cristianesimo alla morale è un errore. Senza dubbio è in atto un processo che tende a scardinare qualsiasi principio etico: un processo non casuale, voluto e guidato. Ma lo spirito, il fascino, l’attrazione del cristianesimo hanno il loro centro propulsivo in Gesù. Si parla poco di Gesù e si legge poco il Vangelo. Da ragazzo il consiglio migliore che ho avuto è leggere ogni giorno due minuti il Vangelo, lasciando il segno in modo da percorrere tutti i libri del Nuovo Testamento e poi rincominciare. In questi giorni di quiete estiva il Vangelo mi si è presentato con una dolcezza nuova, come un percorso sereno con Gesù. Mi affascina ascoltare Gesù mentre insegna. Immagino il brivido che scorreva nelle ossa di chi lo stava a sentire. Avranno pensato: questo è il vero senso della storia e della vita mia; così agisce l’Onnipotente; questa è la logica vera e non quella mondana e superficiale. Saranno rimasti incantati, anche se c’è voluto l’intervento dello Spirito Santo perché capissero bene. Perfino le guardie mandate ad arrestare Gesù dissero: “nessuno ha mai parlato come quest’uomo” (Gv 7,46). Cosa sapevano le guardie di chi aveva detto cose importanti prima di allora? Eppure intuiscono che c’è qualcosa di unico in Gesù, qualcosa così grande come mai si era vista prima, qualcosa che svela l’arcano che c’è nel cuore dell’uomo. Mi son reso conto ancora una volta che non devo avere fretta con Gesù, che devo parlare di Lui e farlo scoprire. I media che gettano spazzatura sulla Chiesa si fermano davanti alla figura di Gesù. Il suo prestigio s’impone.

venerdì 21 luglio 2017

Il cielo stellato


Il cielo stellato. Per chi abita in città è uno spettacolo inusuale. Ora lo posso contemplare nella campagna siciliana. Lo sguardo si perde seguendo la Via Lattea e mi sembra di precipitare nello spazio mentre sorge la domanda biblica: “Che cos’è l’uomo perché Tu ti ricordi di lui?” (Eb 2,6). So che per Dio ciò che abita nel cuore dell’uomo è più importante dell’infinità delle galassie. Eppure la potenza evocativa del cielo stellato incanta e fa sorgere ricordi. L’amico che a quindici anni mi spiegò che la Stella Polare si individua moltiplicando per cinque la distanza delle due ultime ruote del carro dell’Orsa Maggiore. I rosari che recitavo la sera con mia zia e mia cugina in Calabria affacciati al parapetto rivolto ad Occidente. L’Orsa Maggiore era testimone delle mie preghiere dopo anni passati senza recitarne nemmeno una. L’ultima passeggiata serale in Abruzzo con la ragazza che poi avrei lasciato per seguire le orme di Gesù nel celibato. Grazie a Dio ci vogliamo sempre bene, preghiamo l’un per l’altra e ci scriviamo ogni tanto. L’amore per il Sud sottolineato dall’odore del gelsomino. Il gelsomino siciliano emana un odore intensissimo la sera che mi fa sentire a casa: la casa di mio nonno dove passavo le estati da bambino. Parafrasando Kant mi viene da dire: il cielo stellato sopra di me e i miei amori dentro di me. Quell’Amore originario che ha trasformato la mia vita.


lunedì 17 luglio 2017

Come vivere le vacanze?


Per me sono cominciate le ferie e mi sono chiesto un’altra volta come si riposa un cristiano. Il riposo, come il lavoro, ha origini bibliche: nel libro della Genesi è scritto che il settimo giorno, Dio si riposò da tutte le opere che aveva portato a termine» (Gen 2,2). Gesù dice agli apostoli: “venite in disparte in un luogo solitario e riposatevi un po’”. Sicuramente per fare una vita più regolare per qualche giorno, dormire il necessario e mangiare un po’ meglio. Ma il riposo con Gesù doveva essere molto interessante. C’era modo di sentirlo parlare distesamente e quegli uomini saranno andati a dormire la sera incantati dalle “cose di Dio”. Anch’io mi vorrei incantare delle cose di Dio non trascurando il riposo fisico che Gesù raccomandava. Ma dove trovo le “tue cose” Signore? Quando ero bambino mi riposava il dormire senza la sveglia per andare a scuola fino a che il cane di mia zia non mi veniva ad annusare in viso. Mi riposava il sole forte che “premeva” sulla mia pelle. Il mare limpido in cui nuotavo sott’acqua tentando di arrivare sempre più lontano. Le avventure con gli amici, tanto più epiche quanto più piccolo ero io. Le serate con le passeggiate sotto le stelle dopo cena. Tornare bambino è certamente nella linea consigliata da Gesù. E’ il momento di rifarsi le certezze come le hanno i bambini che credono alle verità di fede senza dubbi. E’ il momento di rileggersi con calma i Vangeli che mi parlano di Gesù. E’ il momento di leggersi i libri di Ratzinger densi e chiari; e anche di leggere nel gran libro della natura che dipinge nuvole impensate, cieli azzurri che sgomentano, il mare che ogni giorno cambia. Segni di un Dio creatore e creativo.


domenica 9 luglio 2017

Due collaborazioni con Navarro Valls


Per due volte mi è capitato di collaborare con Joaquin Navarro Valls per eventi significativi. Nel 1980 avevo lasciato Milano e, salutando Montanelli, gli dissi “Indro ti porterò dal Papa e tu lo sai perché”. Nelle nostre conversazioni gli parlavo spesso del Vangelo e della necessità di confessarsi. Passarono sei anni e, dopo vari tentativi, andai da Navarro proponendo per Indro una cena col Papa senza un’intervista formale. E la cena ci fu, magistralmente descritta da Montanelli in un articolo che fu pubblicato dopo la morte di Indro e che ho riportato nel mio ultimo libro con Mondadori. Navarro aveva avvisato il Papa della recente morte della mamma di Indro, fervente cattolica, e la cena si concluse con un Padre Nostro recitato ad alta voce nella cappella papale in memoria della signora Montanelli.
Negli anni 90 combinai un pranzo con Navarro e Leonardo Mondadori, presidente dell’Editrice, in una magnifica giornata di sole dell’ottobrata romana. Nacque così un’amicizia fra i due che dette l’occasione a Navarro di affidare a Leonardo la pubblicazione del “primo libro di un papa”, cioè dell’intervista di Vittorio Messori al Pontefice. Leonardo fece lanciare il libro da un’agenzia americana che concesse i diritti alle maggiori case editrici del mondo. Fu così che “Varcare la soglia della speranza” diventò un best seller planetario grazie al prestigio mondiale di Giovanni Paolo II. Leonardo ne fu felice e continuò a collaborare con Joaquin per altre pubblicazioni. La malattia si portò via Leonardo nel dicembre del 2002 e le sue ultime parole furono di ammirazione per il Papa.
 Sono due esempi del lavoro professionale del caro Navarro che non si faceva trascinare da facili entusiasmi ma sapeva fare le scelte opportune. 


giovedì 6 luglio 2017

Navarro

Mi è giunta da poco la notizia della morte di Joaquin Navarro e mi hanno chiesto una testimonianza su di lui.
 Nel 1975 si trovava nella sede centrale dell'Opus Dei a Roma e ci toccò di lavorare insieme in occasione dell'elezione del successore di S.Josemaría Escrivá, Mons. Alvaro del Portillo il 15 settembre di quell'anno. Allora ero il responsabile della comunicazione dell'Opus Dei in Italia. Mi colpì la sua capacità d'inquadrare la notizia per porgerla in modo completo ed efficace.
  Quando stava per accettare l'incarico di direttore della Sala Stampa della Santa Sede chiese (me lo confidò successivamente) di poter avere filo diretto, cioé libero accesso senza intermediari, col Papa, applicando così la prima regola di un buon portavoce. Una prova in più della sua professionalità.
  Era molto prudente e questo agevolò la collaborazione con Giovanni Paolo II che era innovativo. Le iniziative del Papa trovavano in lui un ottimo e corretto interprete.
  Sempre padrone delle sue emozioni, espresse con una memorabile intensità il suo dolore davanti allo spettacolo del Papa morente. "Non l'ho mai visto così" fu la frase lapidaria che lasciava trasparire il suo cuore in lacrime.
  Con lui scompare un gran testimone di un periodo che ha segnato una svolta nella storia della Chiesa e del mondo.
  Un uomo serio che sapeva sorridere, un uomo di fede.


mercoledì 28 giugno 2017

Il cuore di Gesù


Il Cuore di Gesù. E' una festa popolare anche se non gode di grande fama nei media. La cultura dominante presenta il rapporto con Dio come oppressivo: un Dio controllore, che punisce. La religione viene presentata come una morale senza respiro. Le cose stanno diversamente. I cristiani hanno un Dio che viene incontro, che si dà da mangiare, che perdona, che offre la sua vita. Quand'è che Gesù diventa severo? Con i farisei, con coloro che si credono giusti, convinti di sapere come stanno le cose: in altre parole con gli autosufficienti. Dio vuole essere riconosciuto da noi perché "è", come dice a Mosé davanti al roveto ardente. Pensare di fare a meno di Lui non è una scortesia verso un dio permaloso: è uno sbaglio di cui pago le conseguenze sia personalmente che collettivamente. La società senza Dio va verso il disastro. Gesù conferma l'opportunità della devozione al Suo Cuore nelle apparizioni a Santa Margherita Maria Alacoque dal 1673 in poi. Un atteggiamento comune nei santi è l'assoluta fiducia in Dio e nel Suo perdono. Pensare di essere troppo peccatori per essere perdonati è una tentazione demoniaca. Viviamo in un'epoca che ha perduto il senso dell'amore favorendo un individualismo che disgrega le famiglie e rende infelice la singola persona. Siamo nell'epoca dei diritti individuali e del rifiuto dei dolci legami dell'amore. Perciò la devozione al Sacro Cuore di Gesù e al dolce Cuore di Maria è necessaria. Non è una devozione da bigotti. E' una devozione che affonda le sue radici nel colpo di lancia nel costato di Gesù. Oggi non ci sono le truppe rivoluzionarie francesi che bruciano i villaggi della Vandea fedele al Cuore di Gesù, ci sono i mezzi di comunicazione che tentano di soffocare la riconoscenza verso quel Cuore.

giovedì 22 giugno 2017

La morte del Padre. Un funerale si è trasformato in festa.

Un funerale si è trasformato in festa. Ricordo con nitidezza il 26 giugno del 1975 quando la notizia arrivò, alle 14: il Padre è morto. Ero a tavola con Cesare Cavalleri e, dopo un tempo di preghiera in cappella, lo accompagnai alla metropolitana di Piazza Amendola a Milano. C'era un sole splendente: un contrasto fra quella calda luce e il mio cuore stretto dal dolore. Avevo perso la guida paterna di San Josemaría Escrivá. Quella luce e quel calore ora sono in me perché il 26 giugno è la festa del Santo. Devo tanto a lui. La vita, il temperamento e l'educazione li devo ai miei genitori ma San Josemaría ha rivoltato la mia vita come un calzino. Mi ha insegnato a voler bene in modo reale, pratico, fino al dettaglio affettuoso, come faceva lui seguendo il comandamento "nuovo" di Gesù. Mi ha insegnato che non esiste il dovere ma l'amore, che vuol dire compiere fino alla fine il lavoro col cuore, perché è ciò che "devo" all'Amato. Mi ha convinto che sono realmente figlio di Dio in Gesù e mi ha consigliato di essere figlio piccolo, non più di 7 anni, perché dopo s'impara a dire le bugie. Mi ha insegnato a guardare gli altri con gli occhi di nostra madre, Maria: non più individui ma fratelli simpatici, anche quelli che si presentano come antipatici. Mi ha trasmesso un'allegria contagiosa che è l'odore dello Spirito Santo mentre la tristezza è l'esalazione del demonio. Mi ha confermato nell'amore appassionato a Maria e anche nella speranza della vita eterna. Diceva: "Dio non agisce come un cacciatore in attesa della più piccola negligenza della preda per colpirla. Dio è come un giardiniere che cura i fiori, li irriga, li protegge; li coglie soltanto quando sono più belli e rigogliosi. Dio prende con sé le anime quando sono mature”.


venerdì 16 giugno 2017

Napoli è una città singolare


Napoli è una città singolare. La gente ride: questa è la prima osservazione per chi arriva. Ridono a gruppi, ridono i figli con i genitori, ridono i genitori fra loro... Non c'è situazione gravosa senza che qualcuno intervenga con una battuta spiritosa. La gente è gentile. Si nota l'istinto di scansare la fatica ma quando si deve fare un favore a un amico si fanno in quattro. La predisposizione alla musica è evidente. C'è una produzione autonoma di CD musicali con un mercato interno in città. Il teatro è passione: non si percepisce il confine fra la vita vera e il teatro. Sembra che le commedie di De Filippo continuino per strada. Si mangia in modo moderato ma di sfizio. Si apprezzano i piatti di sempre, cucinati con tradizione. La pasta e la pizza invece vengono consumate in quantità. Le ragazze sono paffute mentre in altre città aspirano ad assomigliare ai pali della luce. Gli uomini sono eleganti e le donne amano le tinte sgargianti. Il panorama è mozzafiato. La religiosità popolare si palpa. San Gennaro è puntuale con il suo miracolo il 19 settembre e altre due volte all'anno. Le persone sono benevole ma non sopportano i fanatismi. Appena qualcuno si sente importante il pernacchio è immediato. C'è intolleranza alla regola, mentre c'è la predisposizione all'amore. La leva per far lavorare i napoletani è la passione. I napoletani amano Napoli ma non gli amministratori della città e qualche ragione ce l'hanno. Gli intellettuali amano lo studio, parlano benissimo e ricordano ancora la ferita della repressione sanguinosa della repubblica del 1799 (complice Nelson). Chinchino Compagna è stato un repubblicano cattolico e ha lasciato un segno assieme a Gerardo Marotta con il suo Istituto per gli Studi Filosofici. La città è viva anche se molti napoletani la pensano morta.


venerdì 9 giugno 2017

Uscire dalla crisi


Bisognerebbe studiare nelle scuole il discorso che Benedetto XVI rivolse al mondo della cultura a Parigi il 12 settembre 2008. Un discorso che si conclude con una frase significativa: "Ciò che ha fondato la cultura dell’Europa, la ricerca di Dio e la disponibilità ad ascoltarLo, rimane anche oggi il fondamento di ogni vera cultura." La necessità di operare una sintesi di un argomento così vasto fa sì che ogni paragrafo meriti di essere letto accuratamente e meditato. Ratzinger parla di un passato che si riallaccia alla tarda romanità (Bendetto da Norcia nacque nel 480, quattro anni dopo la deposizione  dell'ultimo imperatore romano d'Occidente  Romolo Augustolo) eppure il suo discorso è di tale attualità da mettere a disagio alcuni dei presenti che si erano opposti alla citazione delle radici cristiane d'Europa nella stesura della costituzione europea (che non arrivò mai all'edizione definitiva). Ma non si tratta solo di una precisazione storica, Benedetto addita la via d'uscita dalla crisi attuale della cultura occidentale, prendendo spunto dall'atteggiamento di quei monaci. Per loro lo studio della parola era il modo di attingere al Verbo di Dio Gesù e il lavoro era la continuazione della creazione. " Del monachesimo fa parte - dice Benedetto XVI - insieme con la cultura della parola, una cultura del lavoro, senza la quale lo sviluppo dell’Europa, il suo ethos e la sua formazione del mondo sono impensabili. Questo ethos dovrebbe però includere la volontà di far sì che il lavoro e la determinazione della storia da parte dell’uomo siano un collaborare con il Creatore, prendendo da Lui la misura. Dove questa misura viene a mancare e l’uomo eleva se stesso a creatore deiforme, la formazione del mondo può facilmente trasformarsi nella sua distruzione."

mercoledì 7 giugno 2017

Cosa possono fare i cristiani?


Quando parlo della disgregazione morale ed economica provocata dall'oligarchia speculativa finanziaria, arriva la domanda di rito: cosa possono fare i cristiani? Le risposte nascono dalla fede. Gesù ha detto: senza di me non potete fare nulla. Innanzi tutto fiducia nella Provvidenza e pregare. La seconda risposta è che la vita dell'anima cristiana assomiglia a quella del corpo: ha bisogno di alimentazione. Oggi sappiamo tanto sulle diete, sui cibi adatti e sugli integratori... Siamo più o meno tonici, palestrati e col peso giusto (a cui aspiriamo invano). Viceversa la mia vita spirituale, prima di incontrare un santo, era in uno stato pietoso di denutrizione da Sahel (crisi alimentare e siccità). Ho bisogno dei consigli del medico (direzione spirituale e confessione),  del cibo ricostituente (l'Eucarestia), frequentare gli amici giusti (Gesù, lo Spirito Santo, Maria e i santi), avere una visione del mondo (lettura continua dei Vangeli e dei libri fondanti del cristianesimo, da Sant'Agostino a Joseph Ratzinger) con una solida cultura sociale adatta ai tempi. Con questa alimentazione sarò capace dell'impegno fondamentale del cristiano: saper voler bene ("da questo riconosceranno che siete miei discepoli"). Saper voler bene è un'arte che influisce nella vita familiare, nel mio lavoro e nel mio rapporto col mondo. E' un'arte che non si finisce mai d'imparare ma è quella che definisce lo stile di quel cristiano "popolo in cammino". Non occorre improvvisare subito partiti politici. Occorre lo stile di vita di Gesù, con l'aiuto di Gesù. Dopo di che la Provvidenza provvederà.

venerdì 26 maggio 2017

Lo Spirito Santo


Mi piace come nella Sacra Scrittura si parla dello Spirito Santo: al momento della creazione aleggia sulle acque ed è il protagonista dell'Annunciazione. Lo Spirito Santo dà vita e imprime una svolta nella vita degli uomini. Gli Atti degli Apostoli sono imbevuti di Spirito Santo. "E' parso bene allo Spirito Santo e a noi" (Atti 15,13) viene scritto dopo il primo concilio, quando si doveva decidere la linea di condotta con i pagani convertiti. Lo Spirito Santo fa intendere chiaramente a San Paolo dove non deve andare e dove deve fermarsi. E' il grande regista che governa la nascita della Chiesa secondo la promessa di Gesù. Maria è la sposa dello Spirito Santo e lo porta con sè facendo sobbalzare Giovanni Battista nel seno di Elisabetta che a sua volta è ispirata dicendo: "Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo seno" (Lc 1,42). Maria c'insegna ad ascoltare la Sua voce meditando nel proprio cuore gli avvenimenti e lo Spirito Santo prorompe in modo infuocato mentre gli Apostoli sono con Maria.
Sappiamo che lo Spirito Santo non è una divinità a sé ma è una persona divina in relazione col Padre e il Figlio. Ha un ruolo proprio. E' il dolce ospite dell'anima, colui che posso ascoltare nel momento della preghiera silenziosa e nel ringraziamento dopo la Comunione. Quanti errori avrei evitato ascoltando meglio lo Spirito Santo e quanto lo devo ringraziare per il percorso della mia vita. La prossima festa di Pentecoste è il momento di meditare queste cose assieme a Maria, il grande scrigno dello Spirito Santo.

giovedì 18 maggio 2017

Ora e nell'ora...


Non ricordo quando ho imparato l'Ave Maria. Ricordo invece che, in un periodo della vita in cui non mi consideravo più un cristiano, mi trovai sul sellino posteriore della Vespa di un pazzo che scendeva a tutta velocità da Cervinia stringendo le curve inclinandosi eccessivamente col rischio di cadere o sbattere frontalmente contro una macchina in salita. In quel momento recitai un'Ave Maria. La Madre dimenticata spuntava fuori nel momento del pericolo. Dopo un po' di tempo sono tornato a recitare l'Ave Maria, e poi il Rosario intero, fino a questi giorni del mese di maggio in cui avverto una particolare dolcezza nel pregare così e rifletto su ciò che dico. L'Ave Maria è un succedersi di complimenti alla Madonna tratti dal Nuovo Testamento e dal Concilio di Efeso ("Madre di Dio"). C'è una sola richiesta: "prega per noi peccatori ora e nell'ora della nostra morte"...  Ora e in quell'ora della morte. Mi colpisce il riferimento a quel momento e mi vengono in mente le immagini della Pietà così numerose in tutta la storia dell'arte: Maria che si china pietosamente sul Figlio morto. Ecco, io sto chiedendo questo: che Maria in quell'ora si chini su di me (su di noi) con lo sguardo amorevole della madre. Diceva Joseph Ratzinger che i santi svelano un particolare aspetto del volto di Dio. Maria ne svela il volto misericordioso: quello che si scorge nello sguardo di una madre addolorata. E' grande la Provvidenza di Dio che non si è limitato all'incarnazione ma ci ha dato una madre così cara, così femminile, che provvede ora e in quell'ora...

venerdì 12 maggio 2017

L'ultima speranza


Il quotidiano La Repubblica pubblica una statistica che rivela che un solo italiano su 25.000 ha usufruito della legge sulle unioni civili approvata definitivamente l'11 maggio 2016. Un'altra prova evidente che sia la politica che i mezzi di comunicazione spingono il Paese a porre l'attenzione su questioni marginali distraendo da quelle fondamentali come il lavoro, la povertà e tutto il resto... Chi è il regista di questa macchinazione? Come sosteneva Ettore Bernabei i circoli cultural-finanziari internazionali (leggi l'oligarchia finanziaria) esercitano un influsso mondiale che punta all'atomizzazione della società al fine di creare consumatori sciocchi e obbedienti. Va sradicata la famiglia, la religione e la cultura dei singoli paesi per garantire un'egemonia mondiale della grande finanza. Chi è abituato a percepire la realtà attraverso i mezzi di comunicazione a disposizione si può meravigliare di quest'analisi perché spesso ignora i motivi storici, culturali ed economici di questa situazione e perché gli stessi mezzi di comunicazione sono posseduti e pilotati dalla grande finanza che ha l'interesse di agire indisturbata. E' una nuova forma d'imperialismo che non rivela il volto feroce e totalitario, ma basta guardarsi intorno per rendersi conto che le tragedie di casa nostra, del Medio Oriente e del resto del mondo non sono frutto del caso o della natura. Che fare? "Senza di me non potete fare nulla" dice Gesù. L'unica cosa seria è svegliarsi dal torpore della tiepidezza e vivere di fede. La Provvidenza ci ha dato e continua a darci dei santi: basta seguirli. I cristiani hanno la linfa dello Spirito Santo.

lunedì 1 maggio 2017

il mese di Maria


Ormai siamo nel mese di Maria e mi sembra di riflettere sempre troppo poco su di Lei. Rimango sempre indietro ed è logico che sia così; ma ogni mese di maggio vorrei rimanere un po' meno indietro. Che vuol dire che Maria è "piena di grazia" ed è nata senza il peccato originale? Vuol dire che è perfettamente donna: che Lei è come Dio ha pensato la donna. Non c'è nessuna creatura più femminile di Maria ed è Lei che mi fa capire il valore della femminilità vera, quella che è immagine di Dio in modo così profondo: la Madonna ci svela il volto materno di Dio e ci fa capire, come direbbe Papa Francesco, il valore della tenerezza. Oggi più che mai si sente il bisogno di Maria. L'uomo crede che, allontanandosi da Dio, stia meglio e diventi più specificamente uomo. E' vero il contrario: se fa freddo sto meglio se mi avvicino al fuoco. Se è buio vedo meglio se mi avvicino alla luce. In fin dei conti il peccato non è una ferita inferta ad un Dio suscettibile, pronto ad offendersi. Il peccato è l'allontanamento da Dio, è ferire la mia somiglianza con Dio. L'Immacolata Concezione non è un esempio gelido e irraggiungibile: è quanto di più umano ci possa essere. Maria è la femminilità che accoglie, che previene, che ti stima, ti ascolta e ti prende sul serio. E' Lei che schiaccia la testa del serpente ed è il serpente a consigliarmi di allontanarmi da Dio; lui è l'artefice di questa illusione quanto mai attuale ed evidente nel nostro mondo. Accanto a Maria sono forte e sicuro. In questo mese di maggio voglio diventare più mariano cioé più uomo.

domenica 30 aprile 2017

molte cose grandi...


"Dal fatto che tu ed io ci comportiamo come Dio vuole —non dimenticarlo— dipendono molte cose grandi" recita il punto 755 di Cammino, il libro più noto di San Josemaría Escrivá. Mi ha sempre toccato l'animo questa frase ma in questi ultimi tempi ancor di più. C'è bisogno di persone che vivano in sintonia con Dio. La Comunione dei Santi è una verità di fede che ha risvolti pratici. Se vivo da amico di Dio la mia famiglia è serena, svolgo un ruolo affidabile nella società, divento un punto d'appoggio per i miei amici, la mia laboriosità porta frutti a tutti i livelli. Proprio ora che il tema di Dio pare bandito dai mezzi di comunicazione e la società scivola verso un paganesimo sciocco c'è bisogno di gente che si comporti "come Dio vuole". Per fare che? Non si sa di preciso. Neppure gli apostoli immaginavano come avrebbero trasformato il mondo. Avevano l'invito di Gesù, i profeti avevano annunziato una salvezza universale ma la realtà quotidiana faceva prevedere tutt'altro. I cristiani sembrano collezionare fallimenti, la cultura mondana attorno a loro canta vittoria ma è il Signore che guida la storia e si serve dei nostri piccoli e maldestri tentativi di far del bene per illuminare i cuori. E' una pedagogia giusta: noi saremmo capaci di sentirci dei benefattori dell'umanità se i nostri desideri di bene si realizzassero subito. E invece no. Crediamo di pestar l'acqua nel mortaio e nel frattempo la comunione dei santi opera nelle anime e prepara una nuova alba di civiltà. Riusciremo a vederla? Non si sa. Forse dovremo passare per momenti difficili ma se "ci comportiamo come Dio vuole" avverranno "molte cose grandi".

giovedì 20 aprile 2017

Felice come una Pasqua...


"Felice come una Pasqua" è un modo di dire che ha una sorprendente profondità. La risurrezione di Gesù è la nota serena di fondo che risuona in tutta la cultura occidentale. Certamente ci sono stati tradimenti rispetto alla buona notizia del Gesù risorto e della fede che comporta, ma sempre è restato chiaro che "bisognerebbe" vivere lieti in conseguenza. Le stesse fiabe per bambini, che sono il paradigma dell'esistenza, in Occidente hanno il lieto fine mentre i cartoni animati orientali rappresentano grandi battaglie che non necessariamente finiscono con la vittoria del bene. L'allegria la gioia, la letizia (con le loro diverse sfumature) per noi mortali è concepibile solo se c'è una speranza e la risurrezione di Cristo è la base della nostra speranza. L'allegria è una scintilla del divino, è l'emanazione dello Spirito Santo. Non a caso consideriamo affidabili le persone gioiose o, almeno, preferiamo convivere con loro piuttosto che con i melanconici. La tristezza è l'alleata del demonio: dal cuore triste nascono i peggiori pensieri.
Sono tornato a Napoli dopo tanti anni e sono rimasto sorpreso dalla quantità di persone che vedo ridere, anche se le condizioni socio-economiche suggerirebbero il contrario. Si è predisposti al sorriso perché resta un sottofondo di cultura cristiana. Prendere le cose troppo sul tragico è un difetto anzi, a ben guardare, è un peccato contro la virtù della speranza. Il vero tesoro di San Gennaro non è la magnifica raccolta di preziosità conservate accanto al Duomo: è il senso dell'umorismo di una città che ha un'umanità profonda radicata, a volte inconsapevolmente, nel cuore e nell'umanità di Gesù.

giovedì 13 aprile 2017

L'ultima Cena


L'Ultima Cena è un momento profondamente emozionante. "Ho desiderato ardentemente" dice Gesù "di mangiare questa Pasqua con voi" (Lc 22). In latino "desiderio desideravi": con desiderio ho desiderato (una traduzione letterale che fa capire l'intensità della volontà di Gesù). Nel lungo discorso riportato da Giovanni, Gesù promette: "io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre": lo Spirito Santo. Nel giorno della Pentecoste questa promessa viene mantenuta: gli Apostoli si trasformano. Da timidi diventano sfrontati: parlano chiaro e tutti li capiscono. Tremila si fanno battezzare. Lo Spirito Santo, dolce ospite dell'anima, più intimo di me stesso come diceva Agostino, è il sostegno nostro e di tutta la Chiesa: non è soltanto un sostegno personale ma di tutta la comunità umana. Diciamolo pure: senza lo spirito cristiano la civiltà decade inesorabilmente. La stessa Comunità Europea è nata prevalentemente ad opera di cristani convinti come De Gasperi, Schuman (per entrambi è in corso il processo di beatificazione) e Adenauer. Dopo i primi anni la cultura tecnocratica si è imposta generando un'entità tecnica in cui è difficile riconoscersi. E' solo un esempio che richiama il racconto biblico della Torre di Babele. Quando gli uomini pretendono di creare un'opera comune prescindendo da Dio il risultato è la confusione e la divisione. Nella Pentecoste invece non si realizza un'unità organizzativa bensì un'unità sostanziale che nasce dalla comunione dei santi pur nelle differenze di lingue e culture. C'è poco da fare: la nostra civiltà nasce dall'inabitazione dello Spirito Santo nei cuori. Senza di Lui nulla.

mercoledì 12 aprile 2017

Leonardo Mondadori e lo spirito apostolico


Quando Leonardo Mondadori decise di vivere come un cristiano dimostrò un impegno apostolico che mi stupì. Cercava di avvicinare alla fede gli amici più cari e spesso mi chiedeva simpaticamente una collaborazione: “vieni che oggi sono a colazione con ..x,  così mi dai una mano”. Similmente nel suo lavoro di presidente della Mondadori desiderava diffondere il vangelo. L’operazione più clamorosa fu la pubblicazione del primo libro di Giovanni Paolo II “Varcare la soglia della speranza”. Fece lanciare il volume da un’agenzia di New York e le principali case editrici di tutto il mondo si aggiudicarono l’asta per il proprio paese: il risultato fu una diffusione capillare in tutte le lingue. Potrei continuare perché Leonardo non si limitò a questo ma preferisco proporre a chi ha desideri apostolici una preghiera che recito ogni mattina, sapendo che è il Signore che smuove le anime:
Padre nostro che sei nei cieli ascolta la preghiera che ti rivolgiamo,
fa’ che la nostra vita non sia una vita sterile
manda operai nella tua messe e rendi fecondo il nostro apostolato
Gesù che hai detto “chiedete e vi sarà dato”
ti chiediamo che il nostro apostolato raggiunga gli angoli più remoti della terra.
Spirito Santo che hai guidato la vita di Maria, per la Sua intercessione, dona il soffio della Pentecoste alle nostre anime. Incendia d’amore i nostri cuori, rendici apostolici per portare molte anime a Dio e provocare tante conversioni.
Te lo chiediamo per i meriti di nostro Signore Gesù Cristo,
per il Suo sangue prezioso e per il Suo santo corpo
San Raffaele prega per noi, prega per loro
(San Raffaele è l’arcangelo che guidò il giovane Tobia nel suo viaggio).

giovedì 30 marzo 2017

E' ora di parlar chiaro


“L’uomo ha bisogno di Dio o le cose vanno abbastanza bene anche senza di Lui?”: è la domanda che si poneva Benedetto XVI durante una catechesi dell’Anno della Fede. “In una prima fase dell’assenza di Dio, quando la sua luce continua ancora a mandare i suoi riflessi e tiene insieme l’ordine dell’esistenza umana, si ha l’impressione che le cose funzionino abbastanza bene anche senza Dio. Ma quanto più il mondo si allontana da Dio, tanto più diventa chiaro che l’uomo … “perde” sempre di più la vita.” Proprio così diceva Benedetto: perde la vita. Parole attualissime mentre il Parlamento si sta occupando di una legge che dovrebbe autorizzare il suicidio di stato. Fatto quasi comico. Mentre sempre di più la gente non sa come tirare a campare bisogna legiferare su come farla morire. Pochi mesi fa il Paese è stato trascinato in una polemica sulle unioni civili, sfociata nell’approvazione di una legge che serve a pochissimi, mentre i giovani hanno difficoltà a sposarsi.
 La soluzione la dà Ratzinger. Bisogna ripetere chiaro e forte la frase di Gesù: “senza di me non potete fare nulla”. E nulla non vuol dire un poco, vuol dire niente. Occorre che chi ha fede mostri coi fatti che lo stile cristiano di vita è il più umano. Io per primo devo perdere ogni ritegno nel far capire che la creatura in sintonia col Creatore sta veramente bene. Basta prudenze, è l’ora di proclamare dai tetti ciò che abbiamo ascoltato dalle parole di Gesù. Nel film L’oro di Napoli Eduardo insegnava a rispondere al vecchio nobile oppressivo con un pernacchio. La cultura laicista è arrivata al capolinea. Devo contribuire al fiorire di una cultura cristiana.

giovedì 23 marzo 2017

Il laico apostolico


Il Santo Padre fin dall'inizio del suo pontificato, e anche prima, ha insistito sull'immagine di una Chiesa "in uscita" che porta il messaggio di Cristo. Una missione apostolica che riguarda anche i laici. Come si configura un laico apostolico? non certo con l'imitazione del sacerdote o del frate predicatore: persone dotate di una vocazione specifica. Il laico ha una missione sacerdotale da compiere (portare Dio al suo prossimo) ma con il suo stile caratterizzato dalla normalità. Deve vivere la fede dei santi e un amore grande, per Dio e il prossimo, in un contesto quotidiano. Deve essere straordinario  (perché la fede e l'amore non ammettono limiti) muovendosi nell'ordinario. Diciamolo pure: non siamo abituati a immaginare persone così. Forse ognuno di noi ha nei suoi ricordi un parente che ha lasciato una scia luminosa per le sue virtù ma manca una letteratura sulla santità nella vita ordinaria. Il laico santo irradia la gioia del suo abbandono nel Signore: è una persona positiva perché sa che la Provvidenza provvede. Sa essere amico, non è suscettibile e sa volare alto sulle asperità della vita quotidiana; conosce l'arte del voler bene che è un'arte raffinata che non si finisce mai d'imparare. In famiglia è sereno e mansueto, capace di digerire l'ordinaria follia che tutti ci portiamo appresso. Sa di essere poca cosa ma che con l'aiuto di Dio può fare grandi imprese: è un imprenditore di Dio. Comprende tutti, è laborioso, si adatta alle situazioni, sa ridere di se stesso, non si sconforta, chiama Gesù per nome.

giovedì 16 marzo 2017

Il lavoro a Napoli e nel Paese


Risolvere i problemi di Napoli non è solo occuparsi di una città ma di tutto il Paese. Napoli è una città simbolo che presenta, esaltandole, le caratteristiche della società italiana: ha gravi problemi sociali e nello stesso tempo è abitata da persone intelligenti e generose che desiderano risollevare le sorti della propria città. Si può dire lo stesso per ogni parte d'Italia. La società civile ha risorse che, in questo momento, la politica non riesce a gestire e allora bisogna agire senza attendere l'aiuto dello stato. "Damose da fa'" disse un giorno Giovanni Paolo II in romanesco...
Il primo problema è il lavoro. Conosco esperienze educative che riescono a coordinare l'insegnamento con le esigenze professionali delle aziende. Un esempio è il centro Elis di Roma che ha costituito un consorzio di imprese che contribuiscono alla formazione dei ragazzi con borse di studio e con l'apporto del proprio personale. Il risultato soddisfa giovani e aziende: i ragazzi trovano lavoro poco dopo la fine dei corsi.  Per i laureati che non trovano lavoro a Napoli, l'IPE (Istituto Per Ricerche ed Attività Educative ) ha organizzato in sintonia con aziende meridionali e nazionali una business school che rende quasi certa l'immediata assunzione dopo i corsi, com'è già avvenuto in 1.200 casi. Il sogno è realizzare per ogni quartiere napoletano scuole del genere che valorizzino la creatività della città. La Fondazione Banco di Napoli sostiene già molte generose attività di volontariato ma resta ancora molto da fare, specie per la formazione professionale.

giovedì 9 marzo 2017

Il potere della grande finanza


Il vecchio Ettore Bernabei mi spiegava che oggi è la finanza a governare il mondo e che il suo strumento principale è la comunicazione. Oggi la comunicazione è come gli eserciti dell'800: può occupare un territorio e controllarlo. La grande finanza è in mano a persone che hanno la cultura del profitto immediato. Non solo del profitto, perché col solo profitto si può anche perseguire il bene comune, ma del profitto immediato. La sua ideologia è diffondere il massimo dell'individualismo e quindi del consumo. Aborto, amore gay, eutanasia, dissoluzione della famiglia sono i principali obiettivi. Ci vorrebbe un approfondimento ma è quanto basta per accorgersi dei tranelli della comunicazione. Non è un caso se papà gay felici di avere il loro bambino (ottenuto chissà come) ottengano rilievo mediatico, così come la situazione patetica del malato cronico che vuole morire (colonne di giornali e spazi enormi nei TG) e il dramma (sparato a tutto volume) della mancanza (?) di medici abortisti. Come se non ci fossero problemi gravi in Italia. C'è una regia. Non è complottismo, è il dominio di Mammona: la ricchezza cieca che vuole solo essere più ricca. Per non parlare del commercio d'armi che provoca le guerre per "liberare" popolazioni, con l'effetto di massacrarle mentre i media additano il cattivissimo Hitler di turno.  Chi ha fede non ha da temere. La Provvidenza provvede. I Moloch deperiscono e cadono. L'importante è pregare e non farsi sedurre dalle sirene della comunicazione con le loro questioni "urgenti".

Fede! E' questione di fede non di altro


Pregate il Signore della messe perché mandi operai nella sua messe (Lc 10,2). Sempre c'è bisogno di apostoli, di persone che con la loro vita testimonino la verità e il calore della fede. Come dice Gesù occorre pregare, e poi guardarsi dalle insidie del sociologismo che narcotizza lo slancio apostolico. I giovani non credono, la cultura attuale non lascia spazio alla fede, la pornografia e la droga addormentano le coscienze... Balle. Queste sono le conseguenze della mancanza di fede non la causa. Come hanno fatto i santi? Non avevano fiducia nelle loro capacità ma hanno alzato la vela della loro barchetta e si son lasciati pilotare dallo Spirito Santo. Nel cristianesimo l'umiltà convive  con i grandi desideri. I cristiani dicono di sì a Gesù: sia attraverso la vita ordinaria sia con una vocazione specifica, accettano di donare se stessi, confidano nella Provvidenza e diventano trascinanti. I santi sono stati dei contemplativi che hanno tirato fuori, grazie alla fede, la capacità imprenditoriale. I giovani non ascoltano? Non ascoltano gli apostoli tiepidi. Appena spunta un predicatore che ha fede le chiese diventano insufficienti. "Fede! E' questione di fede, non di altro!" mi disse San Josemaría Escrivá l'ultima volta che l'ho visto. Se un cristiano antepone le preoccupazioni personali alla sua testimonianza apostolica diventa inefficace. Lo si vede dai suoi frutti. Il cristiano è un fuoco d'amore che riscalda attorno a se'. Se brucia come il sole riscalda tutta la terra. Come Gesù.

giovedì 2 marzo 2017

Napoli città simbolo


Da tanti punti di vista Napoli è una città simbolo. Qui si vede la differenza fra la realtà rappresentata dai telegiornali e quella autentica. E’ innegabile che ci sia la camorra come c’è la malavita a Milano, New York e a Hong Kong. E’ innegabile che ci siano problemi sociali, ma non si parla mai nei media delle innumerevoli sorprese che la città ti offre. Ad esempio nel modo di mangiare: andate nel ristorante di Fofò Mattozzi vicino a piazza Borsa. Gli alimenti semplici sono preparati in modo delizioso: i friarielli, la scarola, la pizza, il carciofo “arrostuto”, i fiori di zucca fritti, il calzone classico. Oppure si va a visitare la fabbrica di cioccolato di Gay Odin: un profumo inebriante, artigiani abilissimi che preparano il cioccolato foresta, le praline con ciliegia al liquore, le finte noci ripiene di crema di cioccolato, le enormi uova di Pasqua decorate. E che dire dei babà di Scaturchio a due passi dal Cristo velato? Oppure delle meraviglie di Kiton dove 800 artigiani abilissimi guidati da Ciro Paone preparano abiti con stoffe morbidissime per sceicchi sbarcati apposta dagli elicotteri? Usano solo disegni, forbici, aghi e le classiche macchine da cucire: nient’altro. I miei amici romani quando devono farsi analisi mediche approfondite vanno a Napoli dove occhi e mani esperte usano macchinari d’avanguardia grazie al genio di Marco Salvatore, mecenate della cultura napoletana col suo “Sabato delle idee”. E poi i napoletani sono spiritosi e acuti. Vedi Napoli e poi …vivi.


mercoledì 1 marzo 2017

C'era una volta Studio Uno


C’era una volta Studio Uno. E’ il nome di un fortunato programma andato in onda su RaiUno giorni fa. La sceneggiatura era accurata e intelligente: seguiva la storia di tre ragazze che inseguono i loro sogni nella televisione nazionale dei primi anni ’60. Un ingrediente fondamentale è senz’altro la nostalgia. Le Kessler, il Dadaumpa, Mina giovane… musiche e immagini evocative di anni giovanili. Ma c’era qualcosa in più: il programma ricordava un'Italia con voglia di vivere e crescere. Dietro le quinte aleggiava il personaggio di Bernabei che aveva idee precise su come dovesse essere il servizio pubblico. Bisognava mandare a letto gli italiani contenti e fiduciosi (e il pensiero vola al messaggio opposto di tanta tv odierna). I programmi dovevano essere di alta qualità. Le Kessler non erano delle bellocce: erano professioniste di classe provenienti dai migliori teatri d’Europa, così come gli altri protagonisti di quello spettacolo. La trasmissione finiva relativamente presto: l’indomani occorreva svegliarsi in tempo per andare a lavorare. Non si tratta di mera nostalgia: è il ricordo di un Paese governato da persone che avevano in mente il bene comune. Erano quasi tutti cattolici praticanti. Gente di messa quotidiana e di cultura aperta allo spirito del tempo. Kennedy disse a Fanfani che aveva studiato su un suo libro. Si parlò di miracolo economico ma non era un miracolo: era l’evoluzione di un Paese che lavorava sodo, guidato da una classe dirigente capace e onesta. Ricordo e prego.


mercoledì 22 febbraio 2017

Ogni tanto qualcuno mi chiede perché parlo sempre bene di Costanza Miriano. Se si legge quest'articolo si capisce perché:


Quel matrimonio che ci salva dal vuoto

di Costanza Miriano
Sono giorni, mesi ormai, che leggo di possibili interpretazioni di Amoris Laetitia, e che provo sollievo per non essere un vescovo o un sacerdote, chiamato a misurarsi concretamente con quel testo, come ha provato a fare per ultimo il cardinal Coccopalmerio, pubblicando un libretto sul controverso capitolo VIII. Non mi aggiungerò io, che non ho nessun titolo per commentare le parole del Papa. Però, questo posso dirlo, a me sembra che quasi mai le discussioni che ho letto sul tema centrino il punto, il cuore vero della questione. Ecco due o tre cose che ho capito del matrimonio, e che secondo me si stanno dimenticando nel dibattito.
Il matrimonio in Cristo assomiglia solo esteriormente al vincolo umano, eventualmente anche legale, tra un uomo e una donna. Per noi il matrimonio non è un’istituzione, né un valore, ma una vocazione, cioè una via per la santità. Il matrimonio cristiano ha sì una base umana – l’attrazione tra i due sessi, la necessità di dare stabilità affettiva ed economica agli eventuali figli – ma la somiglianza è solo pallida. Il matrimonio cristiano è fatto di una sostanza diversa. È un mistero grande, come lo definisce san Paolo, figura del matrimonio tra Cristo e la Chiesa, cioè fra Gesù e noi. Potrebbe mai Cristo divorziare da noi? Chi ci separerà? Quando chiedono a Gesù, se c’è la possibilità di ripudio, cioè di divorzio, e lui esclude in ogni caso, senza nessuna eccezione, i discepoli esclamano:  «Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi». Egli rispose loro: «Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso.
L’amore a cui sono chiamati gli sposi cristiani è quindi qualcosa di misterioso, che non tutti possono capire, e che non dobbiamo affrettarci ad assimilare a quello del mondo, anzi, al contrario, che dobbiamo continuare ad annunciare come una profezia. È un amore fatto dell’amore di Dio, unico garante del nostro possibile, non scontato “per sempre”. Il cuore umano infatti è ingannevole, traditore, malcerto, volubile. È ferito dal peccato originale, e non è capace di amare come è chiesto nel matrimonio, se intendiamo amare davvero, quindi volere il vero bene dell’altro, non cercare né di manipolare (noi donne), né di dominare (gli uomini), non volerlo possedere; il nostro cuore non è capace di amare la libertà e il destino dell’altro, il suo compimento vero. Il cuore umano va tenuto dunque sotto sette catene – diceva sant’Escrivà –  perché è capace di bene ma anche di tanto male, e senza la grazia non può amare davvero – senza lo Spirito Santo “nulla è nell’uomo, nulla senza colpa”.
L’amore in un matrimonio inizia spesso con una base quasi solo umana, anche tra gli sposi cristiani, anche tra quelli che sono consapevoli e acconsentono a ciò che stanno facendo, poi nel cammino di santificazione a cui tutti siamo chiamati diventa un amore in cui sempre più agisce Dio, se gli si dà spazio. Così, con un lavoro artigianale e metodico e graduale, si realizza l’essere a immagine e somiglianza di Dio, notizia bomba – siamo a immagine e somiglianza dell’Onnipotente – che non a caso nella Genesi viene annunciata proprio quando si dice che l’uomo è maschio e femmina. Dunque siamo simili a Dio non per l’intelligenza, la volontà o la coscienza, ma in quanto maschio e femmina. È questa la dinamica, tra uomo e donna e con loro l’amore di Dio, che ci fa funzionare in tre, come la Trinità. Viviamo tutti da sposi (anche i consacrati) con Dio, viviamo in una tensione verso l’altro, segnaposto del totalmente Altro. Non sono parole, è il vissuto di ogni giorno che tantissimi coniugi sperimentano nella loro storia, mano a mano che passano gli anni, i decenni. Certo, ci si può anche aggiustare per convivere decentemente, senza diventare mai uno. Oppure, con la grazia, si può imparare a volersi sempre più bene, perdonarsi, a conoscersi, a tifare per l’altro, non perché ci assecondi ma perché sia felice. Si diventa sempre più compagni nel cammino di conversione, e l’altro è per noi insieme la croce e lo sposo, è il migliore alleato, ma anche il nemico in certi momenti, perché ci fa inciampare sui nostri difetti e ci costringe in qualche modo alla conversione. La sposa, e lo sposo, hanno per l’altro il volto di Dio, perciò non puoi dire di amare Dio, di essere cristiano, se non ami prima di tutto il marito, la moglie, che sono il prossimo, il primo povero di cui prenderti cura, insieme agli eventuali figli. Il “noi” è il primo fine di un matrimonio, prima ancora della prole: è tendere verso una sola carne, che è il cammino di una vita intera, e, da questa unione che non è affatto naturale, trarre le forze per un amore che si allarga più possibile verso i bisogni prossimi e poi anche i meno prossimi. È un amore, questo, possibile solo con l’aiuto della grazia, e quindi con la preghiera e i sacramenti, prima di tutto l’eucaristia, che nutre questo cammino di conversione. È un amore non esentato da stanchezze, tentazioni, dubbi, distrazioni, è un amore per cui si combatte da quando ci si sveglia a quando si va a dormire, prima di tutto contro il nemico che ci ha feriti da dentro, il peccato originale, che ci rende pesanti, egoisti, inaffidabili e tutte le cose che sappiamo. È un amore che non ha niente a che vedere con i valori, le istituzioni, le apparenze. È un amore la cui materia prima è Cristo: Cristo solo basta, Cristo solo è al centro, perché “senza di me non potete far nulla”. Questo è quello che ci insegna nostra Madre, la Chiesa, questo è quello a cui dovremmo prestare il consenso quando ci sposiamo davanti a Dio.
A me non importa molto se fanno o non fanno la comunione i divorziati risposati, come dicevo all’inizio la cosa non riguarda me, grazie a Dio non sono io quella chiamata a decidere su una cosa così seria, grave. Siamo già talmente in pochi a desiderare i sacramenti (avete presente la desolazione delle messe, soprattutto feriali? Io tutta questa folla che agogna ai sacramenti davvero non la vedo) che se il popolo non si assottiglia ulteriormente non posso che gioirne. A me importa che la Chiesa continui però ad annunciare queste verità sul matrimonio, sulle quali ho scommesso tutto, che continui ad annunciare il primato di Dio, la vita secondo il battesimo come più preziosa, infinitamente più preziosa della vita della carne (sennò per cosa sono morti i nostri martiri?). Mi importa che la Chiesa continui ad annunciare il primato di Dio sulla ragionevolezza delle scelte, sui buoni sentimenti, sui valori. Mi importa che continui a dirmi che il Corpo di Cristo è più importante di una moglie che ha tradito, di un marito paralizzato o che beve, è più importante di ogni cosa. E non vale prendere a titolo di esempio un caso molto particolare (che è poi la tecnica che hanno usato sempre i movimenti radicali per far passare nel sentire comune le peggiori aberrazioni come quella dell’aborto) e farlo diventare la norma; è molto pericoloso, e non è indice di vera preoccupazione per le anime. Per questo ripropongo un esempio che secondo me funziona: se la mia pediatra dice a me, nel suo studio, che uno dei miei quattro figli non va vaccinato perché soffre di un particolare disturbo fa il suo dovere. Tre ne vaccino di routine, quello lo tengo d’occhio con particolare cura, lo sorveglio più degli altri. Se invece il ministro della sanità annuncia in tv e sui giornali che vaccinare va bene, ma in alcuni casi particolari è meglio di no, è sicuro che ci saranno schiere di bambini che non verranno vaccinati per paura, e il rischio di epidemia sarà altissimo.
Non mi piace scendere nei particolari, perché credo che noi fedeli dobbiamo solo continuare a tenere lo sguardo ben fisso verso la meta, il matrimonio come via alla santificazione, e non metterci a discettare di storie individuali, che solo chi ha il munus sacerdotale può giudicare. In generale però io so che già prima di Amoris Laetitia in alcuni casi particolarissimi le persone che facevano cammini molto seri di discernimento avevano il permesso del vescovo di accedere alla comunione (ma casi rarissimi tra le migliaia di storie che ho ascoltato). In quel modo l’effetto epidemia era scongiurato. I casi erano rarissimi anche perché, siamo onesti una volta tanto, io di persone che fanno un cammino di fede serio, e vivono nell’enorme dolore di non potersi unire anche fisicamente al corpo di Cristo, persone che non si accontentano di andare a messa, di pregare il rosario, di unirsi alla preghiera liturgica della Chiesa e di fare la comunione spirituale, persone che piangono calde lacrime per non poter fare la comunione non ne conosco neanche una, e tanti sacerdoti me lo confermano: dopo 25 o più anni di sacerdozio stanno ancora aspettando di incontrarlo, questo fedele adultero, sinceramente pentito, che chiede accoglienza, discernimento, accompagnamento in un cammino penitenziale. Ci sono persone meravigliose in questa condizione, che siedono tranquillamente in fondo alla chiesa al momento della eucaristia, e che mi precederanno certo nel regno dei cieli. Mentre ne conosco diverse che pur di non rinunciare a questo dono che da solo vale più del cielo e della terra hanno rinunciato ad avere rapporti sessuali con i nuovi compagni, o hanno rinunciato a compagni tout court. Pensando ai primi, cioè a persone che hanno convissuto anni senza fare l’amore, ho trovato parecchio fastidiosa l’espressione di Coccopalmerio: «qualora l’impegno di vivere “come fratello e sorella” si riveli possibile senza difficoltà per il rapporto di coppia, i due conviventi lo accettino volentieri». Se invece tale impegno «determini difficoltà, i due conviventi sembrano di per sé non obbligati, perché un soggetto “si può trovare in condizioni concrete che non gli permettano di agire diversamente e di prendere altre decisioni senza una nuova colpa”».
Intanto, non credo che ci sia mai una costrizione a vivere la sessualità, “condizioni concrete che non permettano di agire diversamente”, perché non siamo bestie, e se crediamo che in gioco c’è la vita eterna la prospettiva della castità è accettabile (come lo è per i consacrati). Ho poi pensato alla fatica che hanno fatto alcune persone che conosco, e fino alla morte: non può esserci qualcuno che, abbandonato come la mia amica, trovi un altro compagno, lo ami seriamente, e ci viva castamente fino alla morte “senza difficoltà”. È ovvio che ha fatto un fatica tremenda, e considero la sua una forma di martirio, che sì, non è chiesto a tutti, ma che la Chiesa deve continuare a indicare come misura della vita cristiana. Seguire Cristo vuol dire perdere qualcosa, perdere la propria vita dice lui stesso, e non è una ciliegina messa sopra la torta della vita. Allora, un conto è perdonare le cadute (la pediatra che dice che un figlio non si vaccina per una ragione speciale), un conto è smettere di indicare la meta (dire sui giornali che in certi casi se proprio si fa troppa fatica ad andare all’ambulatorio ci si può anche non vaccinare).
Il giudizio dunque va lasciato ai pastori nei confessionali, nei casi limite, come già prevedeva la Familiaris Consortio. Ma noi dobbiamo preoccuparci anche della maggioranza della gente che divorzia o non si sposa. Ora, io stento a credere che ci si separi quando si è intrapreso un cammino di conversione serio, prima di sposarsi. Probabilmente se ci si lascia, è perché uno dei due almeno, spesso entrambi, non erano in questo cammino. Siamo dunque nel caso della nullità, che è tutta un’altra storia. In questo la Chiesa non è priva di responsabilità, la preparazione è spesso poco chiara ed esigente, non si parla mai di castità, di metodi naturali, non si parla della verità sul matrimonio, non si parla di croce, che è la chiamata prima di ogni cristiano, che è la materia prima di ogni matrimonio. È giustissimo quindi rendere più snelli i procedimenti per dichiarare nulle, cioè mai esistite, le unioni. Secondo me a occhio e croce sono la maggioranza quelle in cui non c’era la piena consapevolezza. Magari buona volontà, sì, ma nessuna catechesi ricevuta, nessuna verità annunciata, nessuna preghiera alimentata per chiedere la vita secondo il battesimo, che è l’unica possibilità perché un matrimonio sia vero e pieno e indissolubile.
Non è quindi certo la cosiddetta misericordia che mi disturba, a leggere certe interpretazioni di AL: solo vorrei ricordare che l’unico segno di misericordia non può essere l’eucaristia, che non è un pasto dal quale si esclude qualcuno, ma il sacramento di un’alleanza che nel caso di un matrimonio tradito si è oggettivamente spezzata. È importante che le coppie ferite si sentano davvero accolte nella comunità, che partecipino a tutto, compresa la comunione spirituale, e non credo che sia necessario fare per forza la comunione per sentirsi guardati con amore infinito da Dio. La misericordia, quella spero che sia sovrabbondante le nostre strette misure, perché ho così tante cose da farmi perdonare anche io. Solo, ho bisogno della conferma della Chiesa, unica garante che tutto quello in cui credo non sia un parto della mia fantasia.
Ma cosa è il perdono? Non è che Dio si è offeso perché gli abbiamo fatto un dispetto. Il peccato è sbagliare mira, fare una cosa cattiva prima di tutto per noi, per la nostra vita. Io non è che dico a mio figlio: se ti butti dalla finestra ti perdono. Io gli dico: se ti avvicini alla finestra ti meno! È ovvio che se poi si butta dalla finestra corro a riacchiapparlo e lo curo e lo perdono mille volte e muoio con lui se muore. I comandamenti, le regole, sono il parapetto, sono la custodia, sono la salvezza, sono giubbotti di salvataggio benedetti mille volte che ci impediscono di affogare. Il perdono di Dio è un amore tenerissimo e sanguinante di un cuore di padre e di madre che ci vede lanciarci dalla finestra e rispetta la nostra libertà ma soffre per noi più di noi stessi. Quello che fa Dio con chi si è buttato è raccogliere, chinarsi sulle ferite, medicare. Ma nel segreto, in un rapporto dolcissimo da cuore a cuore, come una mamma che prende il suo bambino che fa i capricci e se lo porta in camera e lo consola. Ma davanti agli altri figli continua a dire “se ti butti dalla finestra ti meno”. Deve farlo, per custodirli! Noi dobbiamo custodire i cuori degli sposi che verranno, di quelli che non sono ancora nati oggi, a loro dobbiamo pensare quando annunciamo la verità del matrimonio.
Io vedo in questa costante preoccupazione del Papa per le famiglie ferite il desiderio di continuare ad annunciare la maternità di Dio. Ma vedo anche il rischio altissimo che il mondo non lo capisca e non tragga giovamento da questo annuncio, anzi, perché il tempo in cui la gente si sentiva costretta e soffocata dalle leggi e dai comandi è finita da un pezzo, almeno in Occidente. Io al contrario vedo vite disperate e disorientate, vedo gente che senza saperlo queste leggi le desidera, annaspa alla ricerca affannosa di appigli certi a cui aggrapparsi, di “libretti di istruzioni” – questo sono i comandamenti – attraverso cui leggere cuori impazziti per la troppa malintesa libertà, vedo generazioni senza padri, vite giocate male, buttate, vite di donne che troppo tardi si sono aperte alla vita, vite di uomini che troppo tardi hanno capito che sarebbe stato meglio obbedire a Qualcuno, perché la nostra voce non è l’unica fonte di informazione affidabile sulla realtà. Mi guardo intorno e vedo ovunque lapidi, una Spoon River di gente che aveva tutto per essere felice e non lo è stata, bambini che sono stati uccisi nel grembo o traditi dai genitori da piccoli, persone vittime dei propri desideri o della propria incapacità di scegliere. Persone che hanno bisogno sì di essere perdonate, ma anche aiutate a discernere, ad alzare lo sguardo, a crescere, a lasciare le piccole misere nevrosi del benessere, a capire che se non perdi la tua vita sarai un fallito per sempre. Amato, sì certo, perdonato, ma che ha sprecato tutta la sua capacità di amare perché non ha avuto un padre che gli insegnasse a morire.

pubblicato in versione ridotta su La Verità del 18 febbraio 2017